Bruno Usai, operaio Alcoa
Lunedi 22 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna gennaio febbraio 2012
 
Il posto fisso? Altro che monotonia
Ma la fabbrica non è una vocazione  
 
Intervista di Daniela Pistis
 
«Speranza e futuro, altro che monotonia. Posso dirlo perché so che fare l’operaio non è mica una vocazione, è una scelta che ho fatto sacrificandone altre, ma non é che questo territorio offrisse chissà quali opportunità».
 
Bruno Usai ha alle spalle ventiquattro anni di fabbrica ed è sicuro che il futuro sia nell’alluminio: «A Portovesme alternative non ce ne sono oggi e non ce n’erano in passato». Lo sa perché l’ha vissuto: «La crisi è un continuo refrain, e Alcoa un disastro annunciato». Rassegnato? Per niente. Nel Sulcis Iglesiente gli operai continuano a lottare per difendere il posto e rilanciare la filiera dell’alluminio. Che ha mercato e prospettive, in Italia e nel mondo. Ogni giorno consumiamo, tocchiamo, compriamo cose che hanno a che fare con il suo lavoro. Con la sua storia.
 
«Avevo venticinque anni e un lavoro fisso, benedetto, atteso. Pensai che finalmente ce l’avevo fatta: un posto sicuro, che mi avrebbe garantito una prospettiva nella mia terra, ricca di bellezze naturali, aree minerarie dismesse, e fabbriche. Il primo giorno me lo ricordo ancora, era il 7 marzo del 1988, la fabbrica si chiamava Allumina Italia, poi nel tempo cambiò in Allumix e infine in Alcoa, ma di questo parlerò dopo».
 
«Quando sono entrato non ci si curava tanto dell’ambiente, o della sicurezza. Lavoravo nella sala elettrolisi, respiravo gas e polveri. Tre turni: dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6. Non è una vita regolare, ti scombussola il bioritmo, hai tempo libero però é difficile conciliarlo con quello degli altri. Ero lì da una settimana e il consiglio di fabbrica aveva organizzato uno sciopero a Iglesias: cominciavano a traballare i costi e i conti del gruppo Efim, proprietario degli stabilimenti di Portovesme e del resto d’Italia. Per proteggerci dagli schizzi di metallo fuso indossavamo jeans speciali, maschere anti gas e polveri ma il rischio c’era e dovevi stare attento. É un lavoro pesante e logorante ma é quel che questo territorio ha voluto offrirci e ora non possiamo rinunciarvi, perché non c’è un’alternativa. Clientelismo, assistenzialismo e cattiva gestione dei fondi pubblici hanno determinato le dismissioni delle partecipazioni statali».
 
«La mia passione era la musica, prima di Allumina Italia lavoravo negli appalti, e arrotondavo suonando in discoteca. L’occasione però arrivò dopo il 7 marzo, a Bologna: ero andato a trovare un amico, feci una prova come deejay e mi proposero un contratto. A casa mi aspettava un posto fisso e anche se ci ho pensato e non è stato facile, ho scelto la fabbrica. Restare è una scelta che arricchisce il territorio perché di giovani c’è bisogno per disegnare il futuro ma il problema è che questa terra i suoi giovani li ha traditi lasciandoli senza lavoro e senza prospettive. Quando hai un posto fisso tutto è diverso: la vita imbocca una direzione, ha il sapore della sta-bilità e di piccole soddisfazioni,  come i viaggi. Significa pensare  a domani, compri auto, casa e ti  sposi, uno stipendio è serenità  anche per fare una figlia, che poi  arriva e oggi ha diciassette anni  e dispiace più di tutto che debba  sopportare il peso dell’incertezza.  Anche se non lo dà a vedere,  perché non vuole farmelo pesare.  L’altro giorno mi ha detto:  Papà perché non ce ne andiamo  da qui? Ma quali valori e quale  forza ha una terra se lascia che i  suoi figli fuggano altrove?».
 
 «A Natale sapevamo già che  qualcosa sarebbe cambiato. Però  pensavamo a una riduzione delle  produzioni e alla cassa integrazione  a rotazione, in attesa che il  prezzo del metallo riprendesse a  salire e garantire utili. Alla classe  politica dico che l’abbandono  di Alcoa non è stato un fulmine a  ciel sereno. Lo sapevano loro e lo  sapevamo noi che prima o poi sarebbe  successo se non si fossero  risolti i problemi strutturali, dell’energia  e dei trasporti. Il punto  è che mentre noi continuavamo  a lavorare e lottare per difendere  il posto, la politica, regionale e  nazionale, se ne infischiava. Eppure  in tutti i tavoli i ministri,  tecnici o no, dicono che l’alluminio  è strategico. La verità è nei  fatti. L’Italia snobba l’industria,  non sembra considerarla più un  fattore di ricchezza e sviluppo.  Eppure ogni giorno consumiamo,  tocchiamo, compriamo cose che  hanno a che fare con il mio lavoro.  L’alluminio è ovunque, nelle  auto, nella carta che involge  i nostri cibi, nelle finestre delle  nostre case. Perciò penso che la  storia di questo stabilimento non  sia finita. Con Alcoa o senza Alcoa.  C’è chi è interessato a prendere  queste produzioni, una quota  importante di mercato. Alla  politica chiediamo di agevolare  questi nuovi gruppi garantendo  soluzioni strutturali che rendano  appetibile l’investimento. Alla  multinazionale, che ha sedotto e  vuole abbandonare il nostro territorio,  chiediamo almeno un po’  di tempo, stop alla procedura di  licenziamento e avvio della cassa  integrazione». 
 
«Certo magari tornando indietro  avrei scelto di fare il deejay, a  Bologna. Ma è troppo facile dirlo  adesso che il posto non è più così  fisso. Quando puoi, scegli la certezza.  Non è monotonia».    
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