Giampiero Pinna, coordinatore Consulta Parco Geominerario
Lunedi 22 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna dicembre 2013

Il Parco colpito e (quasi) affondato rischia il cartellino rosso dell’Unesco 

di Daniela Pistis 
 
Vent’anni di lotte. Uno intero, il Duemilauno, quand’era consigliere regionale, autorecluso nella miniera di Monteponi. Più recentemente, da coordinatore della Consulta del Parco geominerario, quattrocento giorni di campeggio abusivo sotto Villa Devoto. Giampiero Pinna, geologo e perito minerario, sessantatreenne di Iglesias, ha il dono della perseveranza. E se gli ricordi che la sua creatura rischia persino di essere sbattuta fuori dalla rete mondiale dei parchi riconosciuti dall’Unesco, si rabbuia ma non cede una virgola al pessimismo: «Il progetto è valido, il Parco ha un valore culturale e un potenziale economico che merita ogni sacrificio».
 
L’Unesco contesta la divisione in otto aree e una gestione non unitaria.
«Quelle aree ci sono sempre state, i dubbi attuali sono il risultato dell’incapacità gestionale, soprattutto negli ultimi cinque anni.»
 
Ce l’ha con Granara?
«All’inizio del 2009 il Parco godeva della massima considerazione, Iglesias era stata scelta per il meeting internazionale della rete dei geoparchi. Poi la deriva.»
 
C’è una proposta per convincere l’Unesco a mantenere il Parco nella rete.
«Quella proposta è stata avanzata senza alcun confronto preventivo con la Consulta delle Associazioni e ci risulta che sia stata bocciata.»
 
Quanti soldi pubblici sono stati investiti?
«Dal 2001, quando fu approvata in Parlamento la legge istitutiva, tre milioni di euro all’anno poi progressivamente ridotti. Sino a un milione e settecentomila euro nel 2012. Nell’ultimo bilancio c’erano dieci milioni di avanzi di gestione accantonati.»
 
Tutto in regola?
«Dal consuntivo 2012 risulta che sia stato realizzato solo il 5 per cento degli investimenti programmati. Nelle conclusioni hanno scritto che avevano compiuto interamente il programma solo per tentare di assegnare il premio di risultato al Direttore.»
 
Chi ci guadagna?
«Pochissimi. Appena nominato, Granara ha soppresso le sedi distaccate d’area e licenziato i responsabili, tecnici di altissimo livello professionale. Contemporaneamente ha creato un sistema a vantaggio di pochi, finanziando sagre e altre iniziative inconcludenti che hanno fatto perdere la visione strategica del progetto e delle finalità del Parco.»
 
Il nuovo Commissario, Gian Luigi Pillola?
«È un geologo competente, speriamo che diventi presto presidente e imprima una svolta.»
 
Anche lei ha governato, cosa ha prodotto?
«Insieme alle Università di Cagliari e Sassari e al Crenos, un piano socio economico che indicava le linee strategiche per il rilancio, poi progetti per numerosi interventi di recupero. E ancora, la proposta di riforma elaborata in quattro mesi grazie alla collaborazione con l’Ateneo di Cagliari e gruppo qualificato di giuristi. La Comunità del Parco la approvò all’unanimità, il ministero era pronto a firmare l’intesa, l’allora presidente della Regione Renato Soru ha detto no.»
 
Qual era lo spirito della riforma?
«Semplificare. L’organo di gestione da 17 a 7 membri compreso il presidente, quello di controllo da cinque enti a uno solo, il ministero dell’Ambiente. Alcune decisioni sono vincolate a una conferenza di servizi che si è riunita due volte in dodici anni.»
 
Ma i guai del Parco non sono legati solo a questioni organizzative.
«Sono state fatte scelte politiche scellerate. Il primo disastro è legato alle bonifiche. Per realizzarle, nel 1998 era stata costituita l’Igea. Tre anni dopo arrivarono i primi 63 miliardi. Lo staff tecnico di Igea avrebbe dovuto guidare i cinquecento lsu del Parco nei lavori di bonifica.»
 
E invece?
«Si decise di creare un doppione, e affidare quelle attività a un soggetto privato, l’Ati Ifras che, insieme a Igea, ha macinato in dodici anni seicento milioni di risorse regionali. I privati assunsero i cinquecento lavoratori e un’altra squadra di tecnici e amministrativi.»
 
Per fare cosa?
«Interventi che nulla hanno a che fare con le finalità del Parco, sistematicamente escluso da ogni decisione. Alle opere di bonifica veniva sottratto il 25 per cento degli stanziamenti per garantire l’utile assicurato dalla Regione all’impresa privata.»
 
E Igea?
«Fece i primissimi interventi di recupero per conto dell’Emsa, ad esempio Porto Flavia e Pozzo Sella, e iniziò a svolgere attività turistico culturali estranee ai suoi compiti statutari.»
 
Con quali competenze?
«I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il Parco non è stato messo nelle condizioni di funzionare. Sarebbe stato strategico riconoscergli il ruolo per cui era nato, la valorizzazione dell’archeologia industriale, da svolgere insieme agli enti locali, attraverso associazioni o fondazioni. Dove è stato fatto, a Serbariu e Rosas ma non solo, tutto funziona e sono stati creati nuovi posti di lavoro, guide specializzate. Se il Parco decollasse l’indotto sarebbe enorme, un traino per diversi settori.»
 
Vent’anni di battaglie, ci crede ancora?
«Assolutamente sì. Se qualcuno avesse inventato un altro progetto magari mi sarei ricreduto ma c’è il deserto, e il Piano Sulcis è una minestra riscaldata.»
 
Storia di un’incompiuta con mille potenzialità
 
La storia del Parco geominerario racconta il tentativo di valorizzare un patrimonio industriale che si estende da nord a sud dell’Isola, dall’Argentiera a Montevecchio, da Monte Arci a Serbariu. E racconta come quel che altrove si è riusciti a trasformare in industria turistica e memoria storica, qui stenta a decollare. Diciassette anni di vita alimentata con milioni di finanziamenti certi e puntuali. Il riconoscimento dell’Unesco e l’inserimento nella rete mondiale dei geoparchi. Il commissariamento perenne e gli oltre dieci milioni accantonati in bilancio. Una struttura ingessata e una riforma appesa alla scarsa sensibilità di ministeri e Regione. Insomma, una gigantesca incompiuta. Sulla quale pende ora il giudizio dei commissari dell’Unesco che, dopo due cartellini gialli, dovranno decidere a brevissimo se estrarre quello rosso ed escludere il patrimonio sardo dalla rete mondiale. Nel frattempo, resta in sospeso una delle priorità nella battaglia della Consulta delle associazioni e dei movimenti per il Parco, sostenuta anche dalla Cgil: l’intesa tra il ministero e la Regione sulla riforma, passaggio importante per snellire la struttura organizzativa, nominare un presidente, assumere professionisti che possano restituire al Parco e ai territori il potenziale di sviluppo per cui è nato. Di presidente ne ha avuto uno solo, l’assessore regionale all’Ambiente Emilio Pani, dal 2001 al 2007. Il risultato è stato il commissariamento, sino a oggi.
 
La storia del Parco si intreccia di recente con vicende giudiziarie che hanno toccato fatti e persone che, a vario titolo, hanno ruotato intorno alle attività di bonifica, Igea prima di tutto. Ma è anche un’altra storia, bella e pulita, di chi ci ha speso anima, lavoro e sacrificio. Di archeologia industriale si inizia a parlare in Sardegna negli anni Ottanta. Nei dieci anni successivi ecco le prime associazioni: ex minatori, docenti universitari, esperti e appassionati della materia, cercano di richiamare l’attenzione delle istituzioni sul recupero della storia mineraria e di un immenso patrimonio in via di dismissione. Nel 1989 il Consiglio regionale approva una legge che ne sancisce, ufficialmente, il valore dell’archeologia industriale. Come memoria del lavoro e dei luoghi dove migliaia di operai avevano costruito vite, famiglie e un modello produttivo poi sfumato nelle vicende di una fase industriale inesorabilmente al capolinea. Un deserto per i più miopi, un’opportunità per i più illuminati. Come è stato nella Rhur in Germania e, ancora prima, nell’Inghilterra del dopo guerra. Come si è cercato di fare in Sardegna, più tardi e con esiti ancora non troppo proficui.
 
La legge che istituisce il Parco è una conquista faticosa. Nel ‘97, la Regione autorizza l’Ente minierario sardo, di cui era presidente Giampiero Pinna, a costruire uno studio di fattibilità da sottoporre all’Unesco. Il dossier viene redatto in pochi mesi, risultato del lavoro assiduo dei dipendenti dell’Ente e della collaborazione gratuita di tanti volontari e di luminari come Giovanni Lilliu e Herman Schenk. Su proposta della Regione al Ministero degli Esteri, passa al vaglio dell’assemblea generale dell’Unesco e supera ampiamente l’esame. L’anno dopo a Cagliari, cerimonia solenne con la firma della Carta di Cagliari e l’impegno di Stato e Regione a concretizzare gli atti amministrativi e legislativi per istituire formalmente il primo geoparco di una rete mondiale che si stava costituendo proprio in quei giorni. Battesimo eccellente, ma non basta. La proposta di legge, sostenuta da una ferrea volontà popolare, suggellata dal parere dei tecnici Unesco e annichilita dalle lentezze del Parlamento, viene approvata solo dopo 366 giorni di occupazione del Pozzo Sella, a Monteponi. Il primo a varcare le gallerie sotterranee fu Giampiero Pinna, poi arrivarono lavoratori e sindacato e, dopo un anno, il 6 novembre 2001, lo stesso ministro dell’Ambiente, che portò laggiù la legge ufficialmente approvata, il decreto istitutivo del Parco, la garanzia dei tre milioni di euro all’anno, l’assunzione a tempo indeterminato dei cinquecento lavoratori socialmente utili gestiti fino ad allora dall’Igea, i primi fondi per le bonifiche. Da quel clamoroso successo la discesa è ripida, e porta alle ingloriose vicende attuali. Il Parco, a fronte di qualche buon risultato circoscritto a singoli progetti, non funziona. Le bonifiche non sono state fatte. I preziosi luoghi da restituire allo sguardo di migliaia di visitatori, sono per lo più inaccessibili. (dp)
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