Giacomo Cao, presidente Distretto aerospaziale Sardegna
Lunedi 22 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna luglio 2014 

Distretto aerospaziale, ecco la strategia per trasformare la scienza in sviluppo 

di Daniela Pistis
 
«Un povero ingegnere chimico» con novantuno pagine di curriculum. Il presidente del Distretto aerospaziale della Sardegna, Giacomo Cao, docente alla facoltà di Ingegneria con studi classici al liceo cagliaritano Dettori e ricercatore del Crs4, racconta traguardi e nuove sfide di una realtà in espansione. Abolirebbe i concorsi universitari, «sistema disperante, lungo e perverso che non premia i migliori», e fra alcuni suoi collaboratori rileva una certa pigrizia in più rispetto a dieci anni fa, anche se «posso capire – ammette - che a metà stipendio rispetto agli standard internazionali le motivazioni possano anche attenuarsi». Le sue le coltiva ogni giorno, la notte prima di spegnere la luce legge Come ottenere il meglio da sé e dagli altri, all’alba è con Giasmine, passione terrena per i cavalli e il salto a ostacoli. Un po’ come quelli da superare per passione aerospaziale, alla guida di un distretto che non si sa se fatichi di più a conquistare la Nasa con progetti per vivere su Marte o risorse per far sì che la scienza dia un contributo allo sviluppo della Sardegna.
 
Siete i primi della classe?
«In Italia ci sono due distretti che si occupano di esplorazione dello spazio, il nostro e quello piemontese. Con il progetto Cosmic, finanziato con mezzo milione di euro dall’Agenzia spaziale italiana insieme ad altri soggetti pubblici e privati come Crs4, Cnr e Corem Srl, abbiamo sviluppato tecnologie riconosciute dalla Nasa che consentono la realizzazione di strutture lunari e marziane per proteggere attrezzature e astronauti dalle radiazioni solari e che contribuiscono all’estrazione dell’ossigeno sul suolo lunare».
 
Sopravvivere alla crisi economica e produttiva della Sardegna è più difficile che su Marte?
«Il comparto aerospaziale ha molteplici ricadute, ed è l’unico in crescita esponenziale nel mondo. Qui ci sono grandissime potenzialità, possiamo stimolare crescita e sistema produttivo con una strategia che ha cinque ambiti tematici: i servizi satellitari, il monitoraggio della “spazzatura spaziale”, i droni, l’esplorazione umana e robotica dello spazio, i materiali e le tecnologie per l’aerospazio».
 
Sembrano cose lontane dalla quotidianità.
«Non lo sono affatto. Ad esempio, le informazioni satellitari sono utilissime per protezione civile e sicurezza delle popolazioni. Potremmo dire con precisione se e quando ci saranno fenomeni come bombe d’acqua e tempeste di pioggia, e non sto parlando soltanto di generiche quanto importanti allerta meteo ma di studi scientifici che salvano la vita alle persone».
 
Invece si muore per un forte temporale.
«I sistemi di rilevazione sono antiquati o assenti, e Roma è troppo lontana. Perciò ci siamo proposti alla Regione come supporto alla creazione del Centro funzionale decentrato della Protezione civile. Siamo anche candidati a diventare punto di riferimento per monitorare e possibilmente annientare l’effetto disturbatore dei detriti spaziali sui satelliti, e soprattutto per studiare i dati che riusciamo ad acquisire grazie a infrastrutture innovative come il radiotelescopio di San Basilio e altre presenti nel poligono di Quirra».
 
È possibile riqualificare la ricerca in vista di eventuali dismissioni di poligoni?
«Stiamo dialogando con la Giunta su possibili ricerche che possono avere interazioni più o meno rilevanti con strutture storicamente legate a servitù militari. Ci sono molteplici progetti, sempre nell’ambito delle nostre cinque linee strategiche, che possono essere declinati dentro o fuori quei contesti, a noi spetta disegnare scenari di ricerca possibile, il resto verrà dal confronto tra Regione e ministero della Difesa».
 
A proposito di Giunta, cosa pensa dei suoi colleghi professori?
«Credo stiano lavorando bene, ci sono tante cose da fare, vedremo alla fine quante realizzate, con quali risultati».
 
Cosa chiedete alla Regione?
«Guardiamo soprattutto alle opportunità di quella parte di fondi strutturali dedicata alla ricerca e allo sviluppo, non solo per la futura stagione di programmazione regionale, ma crediamo si possano spendere in questa direzione anche parte delle risorse residue di quella precedente. L’obiettivo è un accordo di programma con coperture di spesa fifty-fifty».
 
Il distretto vuole vivere di risorse pubbliche?
«È nato soprattutto per volontà di un gruppo di aziende private, Sardegna Ricerche e Crs4 hanno investito appena novemilacinquecento euro nel capitale sociale, ai progetti lavorano più o meno in cinquanta, docenti, ricercatori, dottorandi nella sola Università di Cagliari, nessuna busta paga diretta al momento, nemmeno rimborsi spese. Stiamo per acquisire l’ingresso di quattro nuovi soci, sempre privati, e siamo aperti ad altri che volessero lavorare con noi».
 
Fuga di cervelli, di chi sono le responsabilità?
«L’Italia spende in ricerca l’un per cento del Pil, è un limite enorme rispetto alla concorrenza di chi investe quattro volte di più. E poi c’è il sistema di assunzioni nel settore scientifico pubblico: disperante, lungo, perverso, poco efficace. I concorsi universitari li facciamo solo in Italia, altrove c’è chi si prende la responsabilità di scegliere i migliori, i risultati fanno la differenza».
 
Ottimi studenti persi per la concorrenza di altri centri di ricerca?
«Non per ora, al contrario quattro miei studenti adesso sono colleghi, chi ha fatto il dottorato negli ultimi anni è rimasto a collaborare. C’è da dire che si arriva in pochi».
 
Requisiti da intelligenza non proprio comune?
«La passione per quello che si fa è determinante, devi cercare di cogliere quello che non si riesce a vedere o che altri non hanno ancora visto. Certo, gioca molto una gran voglia di lavorare, i sabati e pure le domeniche, senza guardare l’orologio».
 
Per guadagnare quanto?
«Un assegnista ricercatore del nostro dipartimento 1467 euro, chi lavora fuori dall’Italia a parità di posizione almeno il doppio. Forse per questo da dieci anni a questa parte ho notato un rallentamento nell’impegno di alcuni nostri collaboratori, la passione fa i conti con la quotidianità. In Italia serve uno stimolo in più e una grande motivazione per considerare il ritorno non finanziario che si può avere quando uno dei nostri lavori viene promosso da una rivista internazionale».
 
Master and back, avete accolto qualcuno?
 «È un’occasione che abbiamo colto e che continueremo a cogliere con interesse».
 
Qual è la salute del sistema universitario sardo?
«Il tema è più nazionale che regionale: negli ultimi vent’anni il disegno politico bipartisan ha imposto al sistema una cura dimagrante, occorre invertire questo processo, e smetterla di generalizzare con affermazioni sulle università del Sud che sarebbero di livello inferiore, mentre è evidente che hanno settori e indirizzi di studi all’avanguardia».
 
Meglio investire in ricerca di base o applicata?
«È un ragionamento che non mi appassiona perché credo che nella ricerca di base ci siano opportunità di applicazione. Parlerei di trasposizione a livello produttivo dell’attività di ricerca, in questo senso entrambe possono concorrere al conseguimento di risultati importanti».
 
Una sfida nel futuro immediato.
«Testare nuovi droni sfruttando infrastrutture che già abbiamo, aeroporti militari o civili, magari quelli poco utilizzati come Fenosu. Si potrebbe sviluppare un’attività manifatturiera che in Sardegna esiste già a Cagliari e Carbonia, dove si costruiscono piccoli droni ma la sfida è pensare più in grande, a 360 gradi nel settore aerospaziale, cogliendo tutte le opportunità che si presentano»  
 
La Nasa premia Cosmic ma l’Italia centellina i fondi
 
Cercasi finanziamenti disperatamente. E pure alla svelta, perché la concorrenza non concede attenuanti a chi mostra disinteresse per progetti che altrove, in Cina ad esempio, non vedono l’ora di sviluppare. Il faldone della corrispondenza stipato in un armadietto al secondo piano del dipartimento di Ingegneria meccanica, chimica e dei materiali pesa quanto la quasi totale assenza di risposte. Un centinaio di missive spiegano l’eccellenza dei primi risultati del progetto Cosmic, alla ricerca di nuova linfa, studi e risorse per guardare ancora più in là. Gli indirizzari, una sfilza di illustrissimi: Berlusconi-Monti- Letta-Renzi, e poi ministri, sottosegretari, senatori e deputati. Lo stalkeraggio a mezzo raccomandata porta la firma del professor Cao, anima e testa delle tecnologie brevettate e già riconosciute dalla Nasa. Rispondono in pochi, secondo un copione di circostanza: cortesissimi complimenti e rimandi ad altri livelli, altre responsabilità.
Nessuna novità per Cosmic, che con la difficoltà di reperire fondi ha fatto i conti sin dall’inizio. Nel 2001 il progetto corre insieme ad altri 117 per un bando indetto dall’Agenzia spaziale europea. Arriva tra i primi sette ma i tre milioni di euro che servono per svilupparlo non ci sono. L’Agenzia italiana dice picche per otto anni. Poi, nel 2009, concede poco meno di mezzo milione e modifica gli obiettivi iniziali. Il team di venti collaboratori guidato per l’Università di Cagliari da Giacomo Cao non studierà “produzione di materiali per sintesi auto propagante ad alta temperatura sotto l’effetto dell’ assenza di gravità” ma “nuove tecnologie per l’esplorazione dello spazio”. Per fortuna i tempi della scienza sono più stretti e in tre anni arriva il via libera della Nasa attraverso l’Isecg, coordinamento internazionale tra agenzie spaziali, che seleziona alcuni stadi del processo per la produzione di elementi strutturali su Luna, Marte e Asteroidi per le future missioni spaziali.
Il resto è storia recente che si intreccia con quella del Distretto aerospaziale della Sardegna. Il nuovo obiettivo è progettare e realizzare i dimostratori terrestri delle tecnologie sviluppate, cioè l’insieme delle attrezzature necessarie su Luna e Marte alla realizzazione delle strutture protettive e poi quelli che in gergo tecnico si chiamano payload per lander lunari, ovvero le apparecchiature compatibili con le navicelle che raggiungeranno fin dal 2016 la superficie della Luna per dimostrare l’affidabilità delle tecnologie stesse. Per farlo ci vogliono tre anni e dieci milioni di euro ma il progetto è appeso a chi decide se, come e quando assegnare i finanziamenti. Nonostante la mancanza di risposte ai più alti livelli, si apre uno spiraglio in Sardegna, dove la Giunta di Pigliaru si appresta a definire quel che sarà della programmazione europea 2014-2020. E dei 111 milioni di euro previsti nel Fesr, Obiettivo 1, ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione. L’attenzione del distretto è anche su quei fondi, sostanziata da una proposta per un accordo di programma che consenta a Cosmic - e gli altri ambiti tematici del Dass - di crescere ancora, e ai ricercatori sardi di continuare «a cogliere quello che altri non hanno ancora visto». 
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