Presidente, cosa aspetta a dimettersi?
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna agosto 2011

Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna

Presidente, cosa aspetta a dimettersi? 
 
Assistiamo ogni giorno a fatti che segnano pesantemente il limite della competenza, dell’autorevolezza e dell’autonomia di chi governa. Chi guida la Regione ha subito senza esercitare alcun ruolo la cessione della Tirrenia. Non è un caso che il Consiglio dei ministri abbia impugnato la legge regionale 12/2011 rimettendo in discussione la partita delle entrate e altro. Si tratta di atti conseguenti all’atteggiamento subalterno tenuto in questi due anni e mezzo di governo. Il Tar del Lazio manda a casa l’intera Giunta, eletta senza rispettare la regola della rappresentanza femminile. E persino l’ennesimo rimpasto di giunta mostra la pochezza di un sistema politico teso soltanto a conservare se stesso: gli assessorati sono caselle da riempire per soddisfare equilibri (peraltro ancora instabili) di coalizione, non importa se c’è la crisi che mette a rischio persino la coesione sociale: esigenze di programma, competenze, esperienza, non contano nulla, lo si vede dalla leggerezza con cui hanno cambiato le deleghe di assessorati chiave.
 
Credo che sia abbastanza per convincere anche gli scettici che questo governo regionale è finito. Eppure nessuno vuole cedere il passo, troppo comoda la poltrona su cui siedono per ammettere il fallimento e rimettersi in gioco, con nuove elezioni. Perciò dobbiamo persino assistere a dichiarazioni di soddisfazione e ottimismo per il teatrino scaturito da una tessera stracciata: “Un primo importante risultato – ha detto il presidente Cappellacci - che registriamo con grande soddisfazione, nato dalle forti rivendicazioni della nostra isola, che non si fermano qui e proseguono con la massima risolutezza su tutti i fronti della vertenza Sardegna”: La vertenza Sardegna dice, quella che da due anni, come sindacati, abbiamo sollecitato inascoltati, introducendo sin da subito (oltre alla necessità di una resa dei conti immediata su entrate, fondi fas, sistema scolastico, questioni industriali e infrastrutture) la questione dell’insularità che, proprio in questi giorni soccombe dopo il colpo di mano del governo nazionale sulla Tirrenia. La maggioranza ha sostenuto la linea proposta dal presidente, quella del dialogo. La stessa che con i fatti si è rivelata fallimentare. Ora, piuttosto che ammettere, dignitosamente, la débâcle e dimettersi, sono tutti pronti a reiterare lo stesso errore. Però se sbagliare è umano, perseverare è diabolico.
 
Il mondo politico è come i gatti, ha sette vite. Basta che il Cipe approvi (con un ritardo esasperante) l’attuazione del Piano per il Sud, che il presidente Cappellacci resuscita econ un comunicato roboante dichiara: “Un passo avanti importante per la realizzazione di infrastrutture fondamentali per il sistema Sardegna e per la creazione di quelle condizioni di scenario per migliorare la qualità della vita dei cittadini e per favorire la nascita e la crescita di nuove imprese”. Segue allegato con interventi strategici per il sistema infrastrutturale sardo sui fondi Fas 2007/2013 per un totale di 1.073.419.000 euro. Ma non si accorge che dopo gli schiaffi ricevuti, continua a porgere l’altra guancia? Eppure dovrebbe ricordare che i fondi Fas 2007 – 2013 per la Sardegna erano quattro volte superiori alla cifra deliberata dal Cipe e che, tolto il solo lotto 9 della SS – Olbia, le opere che ad oggi hanno almeno il progetto definitivo ammontano a soli 151.985.000 euro. Avevamo la possibilità di aprire cantieri per opere pubbliche importanti, di avviare al lavoro migliaia di persone, e invece ci ritroviamo ancora una volta a fare i conti anche con i ritardi della nostra burocrazia, che continua ad operare come se tutto andasse bene e non ci fosse una crisi di lavoro straordinaria caricata sulle spalle dei più deboli.
 
Come mai il presidente della Regione, nonostante i richiami di Bruxelles, non chiede conto dell’operato di chi dovrebbe accelerare tutte le progettazioni inserite nella spesa dei fondi comunitari? Perché parla di vertenza Sardegna quando alle sollecitazioni delle parti sociali sull’apertura di un pesante contenzioso con il Governo nazionale e con l’Unione Europea ha sempre risposto che la sua Giunta preferiva usare la diplomazia? L’unica vertenza Sardegna in campo è quella che Cgil, Cisl e Uil stanno portando in piazza ormai da due anni, in Sardegna, a Roma e a Bruxelles, una vertenza fatta di grandi manifestazioni territoriali e regionali ma soprattutto di grandi mobilitazioni che si realizzano ogni giorno in difesa di posti di lavoro in bilico. Una vertenza motivata dal disagio e dalla sofferenza di chi, nonostante la crisi, non vuole arrendersi, non accetta di piegare la schiena sempre e a qualsiasi costo. È per far valere i loro diritti che andremo di nuovo in piazza a ottobre, porteremo 50 mila persone per chiedere la fine di questa legislatura che si è dimostrata incapace di tutelare gli interessi dei sardi e di rispondere alla crisi. La lotta ha come obbiettivo l’avvio di una nuova fase di sviluppo, con al centro il lavoro, a partire da quello giovanile, e nuove politiche sociali. Chi non è stato in grado di tradurre questa grande forza in azioni e risultati politici ne prenda finalmente atto e si comporti di conseguenza.
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