źNo alla Regione degli spot╗
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna dicembre  2011 

Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna

«No alla Regione degli spot»   
  
Il 2011 sarà ricordato come l’anno della grande  paura, perché gli italiani hanno finalmente  preso coscienza che la crisi che stiamo attraversando  è vera, e come le grandi crisi mette in  discussione tutto e tutti: il lavoro, le proprietà  e i risparmi individuali, l’oggi ma soprattutto  il domani. Negli ultimi cinquant’anni la nostra  società si è trasformata da agricola a industriale,  poi post-industriale e infine post-moderna. Chi  studia questi cambiamenti ci spiega che nella  società post-moderna spariscono le ideologie, le  certezze e le contraddizioni, per cui non serve  più decidere se è vero quello che dice uno o  quello che dice l’altro, sono veri tutti e due i  punti di vista. Realtà e illusione finiscono per  confondersi, non conta più la realtà oggettiva  ma solo l’immagine, l’apparenza.  In questo modo si può governare un Paese, o  una Regione, raggruppando la gente attorno  a un’immagine che si costruisce con messaggi  mediatici sempre positivi, anche quando la  realtà è un’altra, ed è drammatica. Così i cittadini  diventano soltanto consumatori, nel senso  di gente che consuma qualsiasi prodotto, anche  virtuale. Si finisce per non guardare più al  futuro, perché tutto è provvisorio, liquido. Si  cerca il successo subito, la notorietà subito, il  profitto subito, non importa come, dominano  l’individualismo e l’edonismo.
 
Oggi però incominciamo  a renderci conto che l’indifferenza  verso il futuro, l’incapacità di gestire la cosa  pubblica, la ricerca del profitto a breve termine,  la spregiudicatezza nelle operazioni finanziarie,  hanno scatenato questa grande crisi mondiale,  nazionale e regionale. Il Paese ha dovuto  prendere atto che c’è differenza fra realtà e  apparenza, fra reale e immaginario, perché ci  sono imprese che falliscono realmente, ci sono  disoccupati veri, poveri veri, non immaginari.  E così che nasce la paura e insieme ad essa  l’indignazione: la conseguenza è che la gente  inizia a protestare, questo succede sia a livello  nazionale che in Sardegna. Il Paese ha bisogno  di punti di riferimento, di certezze, non ne  può più di mere illusioni. Qualcosa si è mosso  a livello nazionale: è intervenuto il Presidente  della Repubblica, sono saltate le coalizioni, il  Presidente del Consiglio è stato costretto a dare  le dimissioni, è nato un Governo tecnico, ci si è  affidati alle “competenze”. Nel bene o nel male è  nata una fase nuova, neanche ipotizzabile solo  sei mesi fa. Cosa produrrà questo cambiamento  non lo sappiamo, dipenderà dalla capacità di  chi governa e dal comportamento di tutti noi,  ma una cosa è certa: in un momento in cui tutto  precipita, questo Paese ha dimostrato di essere  in grado di cambiare, questo giustifica l’indice  di gradimento che il nuovo governo continua  a registrare, nonostante proponga politiche di  sacrifici.  Invece in Sardegna, dove le cose vanno molto  peggio che nel resto del Paese, continuiamo a  vivere la stagione delle illusioni. La più grande  manifestazione della storia sindacale e popolare  degli ultimi trent’anni, o forse di sempre, non  merita neanche l’apertura di un tavolo di confronto  con il Presidente e la Giunta regionale.  Una proposta di legge finanziaria bocciata dai  sindacati e da tutte le forze sociali e imprenditoriali,  altro record nella storia sarda, viene  mantenuta tale e trasmessa al Consiglio regionale  per l’approvazione. Alle giuste proteste  delle parti sociali e imprenditoriali si risponde  con sufficienza. Persino la Commissione bilancio  e diversi capigruppo del Consiglio hanno  espresso perplessità sulla Finanziaria, e lo stesso  Consiglio regionale si è posto come vero interlocutore  del Governo su partite importanti e  vitali come quella delle entrate negate.  Intanto i nostri disoccupati, quelli veri, aumentano,  i giovani continuano a non avere risposte,  sia quando pretendono rispetto sul Master and  Back che quando chiedono opportunità di lavoro,  le aziende aprono procedure di cassa integrazione  e mobilità, chiudono le attività. 
 
La Sardegna perde competitività e aumenta il  suo stato di isolamento e di emarginazione in  una fase che si preannuncia ancora più critica di  quella attuale. Le previsioni dicono che il Paese  continuerà a non crescere, almeno fino al 2013,  anzi perderà due punti di Pil, non ci sarà una  ripresa dell’occupazione anzi, la Confindustria  stima che sfumeranno altri 800 mila posti di lavoro  nei prossimi due anni. Possibile che questa  situazione di disagio e di profonda preoccupazione  venga avvertita da tutti tranne che da chi  governa (si fa per dire) questa regione?  La Giunta regionale e il suo Presidente pensano  forse che si possa ancora demonizzare la crisi,  magari andando a fare shopping il sabato nelle  vie commerciali di Iglesias, il cuore del Sulcis,  l’area più disastrata della Sardegna, o portando  in regalo uno scialle a una povera anziana aggredita  nel nuorese, oppure trascorrendo il Natale  in Afghanistan con la Brigata Sassari. In poche  parole, tentando di ricostruirsi un’immagine.  La Sardegna e i sardi hanno bisogno invece di  politiche vere che parlino alla gente, che affrontino  i loro problemi, primo fra tutti il lavoro.  Dobbiamo dimostrare di essere capaci  di governare, anche con poche risorse, magari  iniziando a spenderle bene. La Sardegna ha bisogno  di una classe politica che accetti il confronto,  anche quando è duro, che non lo demonizzi,  anzi, lo trasformi in valore aggiunto, in  ricomposizione sociale. Il messaggio dell’ultima  grande manifestazione - Adesso Basta - esprime  la consapevolezza che quello che è stato non  può continuare ad essere, la Sardegna chiede e  pretende un cambiamento. O si cambia il modo  di fare politica o forse è giunto il momento di  cambiare i politici.   
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