Grazie Presidente, crediamo nel suo impegno
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna Gennaio Febbraio 2012


Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna 

Grazie Presidente, crediamo nel suo impegno 
 
Ho avuto il privilegio di partecipare agli incontri programmati per la visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 20 febbraio a Cagliari. Oltre ad avere apprezzato la tempestività con la quale ha dichiarato che «alzerà la voce per l’Isola», mi ha positivamente impressionato che la massima figura istituzionale dello Stato conoscesse i nostri problemi: li ha affrontati e ha dichiarato di farsene carico. Che differenza rispetto a tanti ministri che abbiamo incontrato in Sardegna e a Roma: quando ti ascoltano trasmettono apatia e scarsa conoscenza delle vertenze, per non parlare di quelli che in campagna elettorale promettono tutto a tutti per poi sparire fino alle prossime elezioni. Si è immediatamente capito che il Presidente Napolitano era consapevole di visitare una terra attraversata da una crisi senza precedenti che giorno dopo giorno cancella il lavoro, da quello arcaico a quello cosiddetto moderno. Ad attenderlo, una classe politica non esente da responsabilità, e il malessere sociale che sempre accompagna questi momenti. Impressionante il contrasto tra la dignità dei lavoratori delle fabbriche in crisi, che si sono presentati con il rispetto che merita la massima Istituzione dello Stato e con documenti ricchi di ragioni di proposte, e l’arroganza di chi ha organizzato la contestazione di piazza piena di insulti, appellativi gratuiti e striscioni deliranti.
 
Ho visto con i miei occhi il Presidente, dopo una giornata impegnativa, commuoversi e dichiarare di sentirsi provato davanti alla compostezza delle operaie e degli operai che rivendicavano un solo diritto: quello di poter mantenere e difendere il proprio lavoro, persone che rifiutano l’assistenzialismo, che vogliono svolgere un ruolo attivo in una società che aumenta a ritmo vertiginoso le diseguaglianze, che crea precarietà, nuove povertà e emarginazione. È per dare voce a questi valori, a queste persone che Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato lo sciopero generale dei settori produttivi e dei servizi a rete per il 13 marzo. Non lasceremo la piazza in mano a chi professa la rivolta per la rivolta, e bene farebbe la politica isolana ad ascoltare le piazze democratiche, quelle che possono anche dare fastidio, ma sono rappresentative della realtà locale. Ignorare una manifestazione importante come quella dell’11 novembre scorso crea delle rotture democratiche che finiscono per manifestarsi con tensioni ingovernabili, esattamente il contrario di quello che il Presidente Napolitano ci ha “insegnato” in questi intensi due giorni.
 
Lo sciopero generale del 13 marzo riassume le rivendicazioni della vertenza Sardegna, dalle entrate alle infrastrutture che mancano sino alla difesa dell’apparato produttivo esistente, con l’obiettivo di arrivare a un nuovo modello di sviluppo che parli ai giovani, sia rispettoso dell’ambiente e non abbia le contraddizioni e gli squilibri di quello attuale. Questo ennesimo sforzo del mondo del lavoro merita considerazione, è tempo che la Sardegna ritrovi la forza, e il buon senso, di unirsi attorno a una vertenza con lo Stato che non si preannuncia semplice e neanche scontata. Due parole sul tavolo nazionale che discute la riforma del mercato del lavoro. Un Paese che ha bisogno di creare con urgenza posti di lavoro per uscire dalla crisi, non può permettersi di dividersi o di imporre in modo autoritario un nuovo modello, ricercare il massimo consenso vuol dire partire dalle cose che ci uniscono e non da quelle che ci dividono: è giusto parlare di flessibilità ma iniziamo a distinguere quella buona da quella cattiva. Quella buona favorisce e incentiva nuovi ingressi nel lavoro, incrementa la produttività e include i giovani, quella cattiva ha creato una generazione di lavoratori precari, diseguaglianze, bassa specializzazione nelle aziende. Ci possiamo confrontare su temi importantissimi per il sistema produttivo nazionale, l’importante è non partire dalla fine e cioè da come si esce dal mercato del lavoro. Il tema centrale è come si rimette in moto il Paese mantenendolo unito. Le priorità non possono che essere piano per il lavoro, fisco e crescita. 
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