Dopo due anni di black out, la Giunta riallaccia il dialogo
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna marzo aprile 2012

Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna

Dopo due anni di black out, la Giunta riallaccia il dialogo
 
Da pochi giorni è ripreso il dialogo tra i sindacati confederali regionali e il presidente della Giunta. Ci sono voluti due scioperi generali, un Consiglio regionale aperto e la constatazione che tutti gli indicatori confermano che le condizioni complessive dell’intera comunità sarda continuano a peggiorare, perché ci si accorgesse che cancellare il dialogo sociale non solo non risolve i problemi, ma rende tutti più deboli e meno autorevoli. Si riparte dai contenuti dell’accordo sindacale del 4 di giugno 2010 (purtroppo in larga parte disatteso dalla Giunta), e dal dibattito sviluppato nella seduta del Consiglio regionale, puntando a recuperare coesione e una posizione unitaria. I problemi sono noti. Dalle entrate negate che, nonostante il parere favorevole della Corte Costituzionale, ancora non ci vengono riconosciute (e comunque hanno bisogno di una rivisitazione urgente del patto di stabilità), al piano per il Sud ancora bloccato perché, nonostante il Cipe abbia deliberato interventi per 1.437.546.761 di euro, il Governo non ha adottato gli accordi di programma quadro per trasferire i fondi alla Regione e aprire i cantieri per le opere infrastrutturali. Occorre poi rendere operativi i piani di intervento per le aree di crisi già identificate: Porto Torres, Sulcis, Tossilo, La Maddalena e Siniscola, con una metodologia che coinvolga anche le Istituzioni territoriali. Va intensificata la difesa e il rilancio di tutto il sistema produttivo isolano, affrontando con il Governo e l’Unione Europea il riconoscimento della nostra condizione di insularità, del sistema di trasporto interno e dei collegamenti aerei e marittimi con il resto d’Italia e d’Europa. Dobbiamo parlare di istruzione e formazione come infrastrutture immateriali su cui investire per rilanciare una politica di crescita, e rivedere profondamente il Piano per il lavoro. Il tavolo istituzionale istituito dal Governo Monti che si è insediato il 13 marzo, va arricchito con un tavolo politico che veda la partecipazione dei sindacati e di tutta la classe dirigente sarda, così come riaffermato nell’ordine del giorno 80/12 del Consiglio regionale. In tanti chiedono il perché unitariamente, come sindacato, dopo il palese tentativo di escluderci, abbiamo deciso di riprendere la strada del dialogo nonostante ci siano precise responsabilità della Giunta regionale, da noi abbondantemente sottolineate e denunciate, nella cattiva gestione della crisi. La risposta è il senso di responsabilità nei confronti di problemi che finiscono per scaricarsi sulle singole persone, e che vanno affrontati identificando soluzioni immediate. Ma c’è anche un altro elemento, la nuova coalizione tecnica, o forse politica, che governa il Paese. Monti, insieme ai ministri, ha affrontato l’incarico con l’obbiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio, costi quel che costi, entro la primavera del 2013. Nei provvedimenti finora emanati non si fa distinzione tra aree forti e aree deboli del Paese, con effetti drammatici in Sardegna. Il Governo, che si era presentato all’insegna del rigore, dell’equità e della crescita, al momento è riuscito solo a peggiorare le condizioni di vita e il potere di acquisto di pensionati e lavoratori dipendenti, aumentando il disagio sociale. I provvedimenti varati lasciano indenni le grandi ricchezze e i patrimoni. Hanno toccato i diritti dei lavoratori, dall’articolo 18 alle pensioni, senza fissare obiettivi di crescita e politiche per la creazione di nuovi posti di lavoro. Servono risposte a Roma e in Sardegna, devono essere concrete e tempestive e devono finalmente parlare di pari opportunità, equità sociale e crescita, a partire dai territori più svantaggiati come il nostro. Dobbiamo superare la stagione dei Governi tecnici e ridare la dignità perduta alla politica. I partiti hanno le loro responsabilità, e non sono tutti uguali, ma il nuovo fenomeno dell’antipartitismo cancella la democrazia e l’assenza di democrazia porta a passaggi autoritari. Affrontiamo i problemi alla svelta, facciamo la riforma elettorale e ridiamo la parola ai cittadini, forse è tempo di passare in fretta alla terza repubblica perché la seconda, a mio giudizio, ci ha fatto rimpiangere la prima. 
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