ĞLa politica dia risposte ai Figli della crisiğ
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna dicembre 2012 

Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna 
 
«La politica dia risposte ai Figli della crisi»
 
Il 2012 che si chiude pone di fronte a tutti il tema occupazionale come una priorità da risolvere. La Sardegna lo vive come un emergenza che, se non risolta, segnerà una fase di declino irreversibile, perché la crisi dell’occupazione è accompagnata da una ripresa dell’emigrazione e dello spopolamento. Il precariato ha raggiunto nell’Isola livelli inaccettabili: secondo fonti Inps, i lavoratori dipendenti del settore privato sono 225 mila, mentre tra pubblico e privato ci sono 150 mila collaboratori a progetto (spesso lavori da contratto collettivo mascherati in co.co.co e co.co.pro). Si tratta del 25 per cento del totale dei lavoratori (604 mila). In larghissima maggioranza i precari sono giovani e donne. Così, oltre alla quantità di lavoro che manca (tasso di disoccupazione al 16 per cento), c’è anche il problema della qualità del lavoro che riusciamo a creare.
 
Chi per anni ha sostenuto che la flessibilità del mercato del lavoro avrebbe fatto crescere l’occupazione e avrebbe dato risposte ai giovani ha davanti un quadro che invita a riflettere. Stiamo costruendo la società delle diseguaglianze e ci stiamo avviando verso un vero scontro generazionale il cui esito rimetterà in discussione tutto, a partire dai nostri egoismi. Le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni che sono state varate a livello nazionale in questi ultimi vent’anni hanno inciso principalmente sulla flessibilità (che si può anche leggere precarietà) e sui tempi di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Se proviamo a ragionare sugli effetti, ci rendiamo conto che non hanno prodotto nulla di positivo. La riforma delle pensioni, attuata per garantire, in parte, la sostenibilità della spesa pubblica, è stata portata avanti in più tempi, con un progressivo inasprimento degli interventi. Dal 1993, quando c’era Amato al governo sino all’ultima del 2012, quella della Fornero, che ha cancellato persino il principio della gradualità degli interventi.
 
Sul fronte lavoro la situazione non cambia, con un continuo attacco ai diritti dei lavoratori, bersaglio di una politica che ha pensato di risolvere il problema disoccupazione, crisi e calo della produttività con leggi e accordi sempre più svantaggiosi, soprattutto per i giovani. I figli della crisi: perennemente senza lavoro, a carico di genitori e nonni, con un vissuto di precarietà e disagio difficile da sopportare. Sono gli stessi che incontriamo in questi giorni nella protesta sotto il Consiglio regionale. Hanno ragione a protestare: un’intera generazione soffre l’assenza di una prospettiva. La radice del problema è lontana, ma la situazione è peggiorata nel tempo. Nel ‘97 Treu inserisce la flessibilità, nel 2002 vengono messi in discussione, pesantemente e per la prima volta, la legge 300 e l’articolo 18, poi c’è stata la legge 30 e il dilagare del precariato. Il resto è storia di questi giorni, con la riforma Fornero, la rivisitazione (inutile) dell’articolo 18 e l’ultimo accordo sulla produttività che la Cgil non ha firmato. Il grafico che pubblichiamo dà il senso di cosa è successo: nel primo decennio la crescita occupazionale tiene insieme tutte le generazioni e riesce a garantire almeno un andamento armonico, dal 2002 in avanti le curve si divaricano e, con un intensità sempre maggiore, assistiamo al crollo dell’occupazione giovanile.
 
In Sardegna, l’ultima riforma delle pensioni ha tenuto al lavoro 11 mila over sessantenni e lasciato fuori almeno tremila giovani che avrebbero potuto sostituirli al lavoro (fonte Inps). In questo contesto affrontiamo le elezioni politiche nazionali il cui esito potrebbe avere anche delle ripercussioni regionali. Pd e Sel presentano i loro candidati alle primarie per il Parlamento ma le consultazioni sono apparse più incentrate sul mantenimento di posizioni consolidate, colpa la fretta certo, ma anche una certa tendenza all’autoconservazione della classe politica. Il punto è che ancora una volta andremo a votare con un meccanismo che impedirà agli elettori di scegliere le persone che dovranno guidare il Paese, nemmeno il Governo tecnico ha voluto cambiare una legge elettorale che, a parole, tutti definiscono pessima e che nei fatti allontana i cittadini dalla politica. In Sardegna continuiamo ad assistere a cambiamenti nella guida degli assessorati e a un governo spaccato da divisioni che il nostro sistema economico e sociale non può più permettersi. Sino a quando possiamo tollerarlo? Il sindacato ha organizzato scioperi e mobilitazioni, per dire che così non si può andare avanti, ma la classe politica non ha colto il messaggio, continua a guardare da un’altra parte: un orizzonte fatto di ricandidature e rendite di posizione.
 
Nel frattempo abbiamo una Sardegna sempre più vecchia, incapace di dare risposte ai giovani, con una direzione politica inadeguata ad affrontare le sfide del presente e del futuro. Le generiche promesse, sempre uguali, oltre a denotare carenza di idee, non potranno che realizzare ulteriori ritardi e incertezze, e contribuire a deteriorare una condizione particolarmente difficile. È giunto il tempo di reagire, ognuno deve fare la propria parte con responsabilità, la Sardegna deve cambiare e cambiare è ancora possibile, basta volerlo. Perciò continueremo a lottare per un 2013 migliore, nell’auspicio che anche la classe politica isolana si dia da fare per restituire un lavoro a chi l’ha perso, e dare una speranza a quei figli della crisi che pagano errori fatti da altri.
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