Onesta, responsabile, competente: ecco la politica che vogliamo
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna ottobre novembre 2013

Editoriale di Michele Carrus, segretario generale Cgil Sardegna    

Onesta, responsabile, competente

Ecco la classe politica che vogliamo 

 
Le inchieste giudiziarie stanno mettendo in luce un operato sconcertante di una parte della classe politica sarda. L’accertamento delle responsabilità penali spetta alla magistratura e, dunque, non aggiungiamo nulla a quel che apprendiamo dai giornali. Però è doveroso aprire una seria riflessione morale, perché è impensabile andare avanti come se niente fosse e voltare la faccia di fronte alla fortissima richiesta di cambiamento che arriva, insieme al sacrosanto sdegno dei cittadini e lavoratori onesti, da quei ceti popolari che, nella falcidia dei servizi pubblici, soffrono più di tutti la grave condizione di crisi che sconvolge la nostra regione. Noi pensiamo che sia ancora possibile affidare il governo della Regione a una classe dirigente onesta, responsabile e competente, scevra dalle ombre che si stanno addensando su diverse personalità che hanno ruolo e potere sulla vita quotidiana e sul futuro dei sardi. Ma siamo convinti che tutte le forze politiche debbano mettere subito all’ordine del giorno una questione morale evidentemente finita in secondo piano: è indispensabile che la gestione della cosa pubblica sia ricondotta al rispetto dei valori essenziali della trasparenza, delle regole e dello spirito di servizio verso la collettività, e che siano denunciate e messe al bando le consorterie e le camarille. Era questa una delle ragioni sottostanti al predicato dell’austerità di un grande sardo come Enrico Berlinguer, che ritorna prepotentemente attuale. I fatti, invece, ci mostrano una parte rilevante della classe politica, senza voler generalizzare, che ha del potere una visione del tutto personale, molto distante dai reali bisogni dei cittadini, piuttosto inetta quanto a competenze e capacità e persino, ormai, al di sotto di ogni sospetto quanto a rettitudine e sobrietà. Noi vorremmo che l’attuale fase politica diventi come uno spartiacque rispetto all’incultura e al malcostume che costituiscono la cifra distintiva dell’ultimo ventennio “berlusconiano”. Prima di tutto perché sono gli interessi superiori di una comunità giusta e solidale ad esigere una tensione morale senza sbavature: un abbassamento generalizzato della soglia di tolleranza di comportamenti disinvolti del potere costituito segna la decadenza civile e lo sfaldamento delle basi stesse della società e dello Stato. E poi perché guardiamo ai risultati di questa mala-politica e vediamo che essa finisce per aggravare la crisi sociale ed economica che attraversiamo, incapace di trovare rimedi adeguati e allontanando sempre di più cittadini e istituzioni. Anche per questo Cgil, Cisl e Uil si sono mobilitate, prima con l’assemblea dei quadri e delegati alla Fiera di Cagliari il 23 ottobre scorso (pubblichiamo nelle pagine 4 e 5 il documento conclusivo) e il prossimo 15 novembre con lo sciopero generale di 4 ore, per cambiare la politica economica del governo. Continueremo a incalzare la Giunta regionale con le nostre rivendicazioni, che si stagliano sopra un’analisi di prospettiva negativa. Abbiamo di fronte un 2014 difficilissimo, che secondo i dati dei principali osservatori economici sarà ancora più pesante rispetto ad oggi, e dunque occorre riflettere e scegliere bene chi rappresenterà gli interessi generali e le istanze dei sardi: in una fase di grave disagio sociale e di scadimento politico possono farsi avanti forze improvvisate, oppure affermarsi pulsioni demagogiche, quelle che in genere propongono facili e accattivanti scorciatoie alla soluzione di problemi complessi, che poi si rivelano semplicemente sbagliate e forse persino distruttive. Intanto, ancora una volta il confronto con la giunta regionale sulla manovra finanziaria è stato frettoloso e privo del corredo di dati, tabelle e informazioni che sono indispensabili per una valutazione compiuta e articolata. Ma le scelte di fondo si prestano già per un giudizio di merito, da parte del sindacato, di insufficienza rispetto ai bisogni e agli interessi generali della Sardegna. La Giunta ha inteso approvare la manovra a poche ore soltanto dalla sua insoddisfacente illustrazione alle parti sociali, con ciò trasferendo il dialogo con il sindacato all’interlocuzione con il Consiglio regionale, con un effetto limitativo sul confronto aperto con il presidente Cappellacci sui temi del lavoro e dello sviluppo regionale. La Cgil aveva indicato da tempo le priorità, ancor prima che venisse annunciata l’idea di una Finanziaria snella, da licenziare entro dicembre: tutte le risorse disponibili dovranno essere destinate a un Piano per l’emergenza sociale, avevamo detto, attraverso misure di politica attiva per il lavoro mirate alla nuova occupazione, soprattutto giovanile, femminile, nelle aeree interne e di crisi, concentrandole su incentivi selettivi, consistenti e durevoli. E poi, avevamo proposto un Fondo unico regionale per il rilancio degli investimenti pubblici che, di concerto con gli enti locali, possa individuare tutte le opere cantierabili e avviarle immediatamente, consentendo meccanismi che superino i limiti di spesa del patto di stabilità interna, restituendo lavoro ai disoccupati e prosciugando il bacino degli ammortizzatori sociali. Di queste priorità la Finanziaria non sembra tener davvero conto. Anzi, la mole delle risorse manovrabili appare essersi molto ristretta, quasi un’emblematica testimonianza dello sperpero dell’intera legislatura. Molto sembra incidere la lievitazione incontrollata della spesa sanitaria. Così come l’adozione di sgravi fiscali, ispirati alla ricerca del consenso ma contestabili nella forma e nella sostanza: vengono presentati come una spesa obbligatoria ma riducono le entrate della Regione sottraendo ai cittadini risorse per i servizi e per il lavoro. Si tratta di scelte che hanno un chiaro orientamento ideologico e beneficiari ben diversi dalle migliaia di persone in cassa integrazione, senza reddito e senza lavoro, le famiglie sul lastrico e i giovani cervelli in fuga. E questo non può davvero andare bene. 
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