ĞUna legislatura sprecatağ
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna dicembre 2013 


Editoriale di Michele Carrus, segretario generale Cgil Sardegna 

«Una legislatura sprecata»  
 
Si chiude un altro anno drammaticamente difficile per la Sardegna, che si lascia dietro diversi segnali negativi anche per il prossimo futuro, benché sia doveroso contrapporvi l’ottimismo della volontà nell’interesse della nostra comunità regionale. Assistiamo però al grave degrado morale di un ceto politico incapace di produrre risultati o disegnare prospettive, e refrattario a qualsiasi autocritica, anche quando la magistratura incombe sui comportamenti disinibiti di tanta parte dei suoi componenti. Il centrodestra, che solo ora s’è risolto ad anticipare la data del voto con il malcelato intento di sfruttare a proprio vantaggio le difficoltà degli avversari, si prepara alle elezioni con il proposito della continuità dei responsabili del fallimento politico della legislatura, mostrandosi del tutto indifferente alla questione morale che anima le cronache quotidiane.
 
Il centrosinistra, che invece se n’è fatto carico, tra incertezze e divisioni, ora deve coagulare rapidamente un indispensabile consenso intorno a una persona e a un programma definiti. Altre forze politiche cercano di fare spazio, tra protesta e insoddisfazione, a proposte non ancora chiare o persino poco realistiche per la Sardegna che vorrebbero. Quel che in questa fase emerge con chiarezza, nel paese e nell’isola, è il bisogno e la richiesta di rinnovamento della politica. Nemmeno in questo scorcio di legislatura la Giunta regionale e la sua maggioranza si dimostrano efficienti e capaci: l’ennesimo esercizio provvisorio di bilancio (imputabile ad una proposta di legge finanziaria senz’anima), che bloccherà attività amministrative più che mai indispensabili in questa crisi, non è che l’epitaffio sulle rovine dei cinque anni trascorsi. È stato un susseguirsi di promesse, fallimenti e riforme mancate. Non si sono visti atti seri di programmazione regionale: alcuni sono soltanto abbozzati, come nel caso del Piano energetico annunciato nei giorni scorsi; altri sono parziali, adottati più per scopi di gestione del potere che per utilità, come nel caso della moltiplicazione delle direzioni e dei centri di spesa in campo sanitario (ciò che oggi rischia di costare a tutti i sardi un pesante ridimensionamento della rete ospedaliera, senza la sua riqualificazione); altri ancora sono atti sbagliati, come la revisione del Piano paesaggistico con cui si strizza l’occhio alla speculazione edilizia.
 
Le attese riforme, o sono mancate, come nel caso dei servizi per il lavoro e della formazione professionale, o sono state di fatto solo distruttive, come nel caso della sommaria abolizione delle Province, che infatti continuano a esistere sotto commissariamenti talvolta “abusivi”: in entrambi i casi, è sui lavoratori, esposti al rischio della disoccupazione o a un eterno precariato, che si scarica il costo di queste scelte. Eppure, quest’inanità d’azione politica ha comportato un’immensa dilapidazione di risorse: le risorse manovrabili per spese non vincolate o obbligatorie sono tornate ad essere appena il due per cento del bilancio regionale, com’era prima di strappare le nuove entrate allo Stato e, quel che è peggio, non in ragione di investimenti in opere pubbliche, bloccate quasi a zero, e di programmi di sviluppo locale, che non si sono realizzati. Nel frattempo, i fondi europei giacciono per metà non spesi, per assenza di indirizzi e progetti - come nel caso dello sviluppo rurale - e per metà, invece, si sono dispersi in troppi rivoli senza costrutto, come nel caso delle risorse per l’occupazione.
 
Le ultime due manovre finanziarie, poi, nate per essere approvate in fretta, anche a costo di comprimere il confronto con le forze sociali, hanno finito, quella dell’anno scorso per essere varata a maggio, quella attuale per rinviarci all’esercizio provvisorio, come se la legislatura non fosse in scadenza. La Cgil, con senso di responsabilità, aveva persino sostenuto che il danno minore sarebbe stato approvarla comunque alla svelta, malgrado alcuni suoi contenuti sfiorassero il ridicolo, con poche significative correzioni, per evitare che i lavoratori, i cassintegrati, le famiglie e l’intero sistema economico pagassero ancora una volta l’inettitudine altrui, per l’ulteriore contingentamento della spesa. Abbiamo assistito a un florilegio di provvedimenti ideologici, per nulla risolutivi delle grandi vertenze aperte: sgravi alle imprese senza vincoli di risultato, l’idea di pagare il lavoro in Sardex, il fallimentare progetto della Flotta sarda, la promessa di un “bengodi fiscale”, attraverso il miraggio della zona franca integrale e la “minaccia” di una agenzia delle entrate regionale, per blandire piccole e medie imprese bisognose, piuttosto, di sostegni materiali, infrastrutture e servizi. E poi la continuità territoriale, nodo centrale delle rivendicazioni isolane, con il Presidente della Regione che l’ha avocata a sé fino ad assumere l’interim dell’Assessorato ai trasporti, per portare il settore alla confusione attuale di collegamenti ridotti, inefficienze e incertezze sui costi del sistema e sui destini delle imprese che vi operano, per terra, in cielo e nel mare.
 
La vera cifra di questo governo, e dell’operato di un Presidente ormai in campagna elettorale da mesi, è la demagogia, il tentativo costante di solleticare la pancia di un elettorato che si cerca di distrarre con le chimere dalle evidenze concrete di un’intera legislatura sprecata. I sardi meritano altro: meritiamo un progetto di riscatto su cui ricominciare a sperare, e una guida autorevole per realizzarlo. 
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