Domenica decidiamo il nostro futuro
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna febbraio 2014

Editoriale di Michele Carrus, segretario generale Cgil Sardegna   

Domenica decidiamo il nostro futuro 
 
La Sardegna si appresta al voto per rinnovare il suo governo in una fase di gravissima crisi economica e profondo disagio sociale. Un appuntamento davvero importante per partecipare alla scelta di un progetto e di una guida autorevole e competente per la prossima legislatura, forse l’ultima in cui sarà possibile giovarsi di ingenti risorse europee per colmare il nostro divario di sviluppo. Risorse che, perciò, dovranno essere programmate e utilizzate come non mai in modo efficace, trasparente e concentrato intorno a chiari obiettivi strategici, condivisi e misurabili. Vorremmo lasciarci definitivamente alle spalle questi ultimi anni di malessere diffuso, connotati dal preoccupante peggioramento di quasi tutti gli indicatori economici, che ci hanno riproposto scene di disoccupazione di massa, il rigurgito dell’emigrazione dei nostri giovani, l’esplosione frequente di episodi di rabbia e disperazione. Si tratta certo di una crisi che ha radici lontane, ma che ha avuto in Sardegna riflessi più pesanti per l’inadeguatezza delle risposte politiche che, più volte, in questi anni, abbiamo denunciato.
 
Possiamo ricordare i quattro scioperi generali e le tredici manifestazioni regionali degli ultimi cinque anni, mobilitazioni unitarie che hanno portato in piazza la protesta di migliaia di lavoratori e cittadini, a sostegno delle proposte unitarie del sindacato per invertire la rotta sbandata del governo regionale. È rimasta però insoddisfatta la richiesta di cambiamento e di un efficace piano strategico, di cui non s’è vista traccia, tra improvvisazione e invenzioni populistiche, ma che oggi, a pochi giorni dalle elezioni, chiediamo con rinnovata determinazione. Deve cambiare lo stesso approccio ai problemi, ripartendo dal lavoro che manca prima di tutto: la creazione di nuova occupazione, stabile e qualificata, è la prima delle sette domande che abbiamo posto ai sei candidati alla presidenza della Regione, che ospitiamo nelle pagine del nostro giornale. Malgrado le mobilitazioni, non ci pare che questo approccio sia stato coltivato nell’azione politica di questi anni, che ci hanno invece restituito il degrado complessivo della vita pubblica regionale, visibile prima ancora che nelle scelte o nell’inerzia di governo, nella dubbia moralità di tanta parte del ceto politico. Un approccio che richiede una attenta valutazione del quadro degli obiettivi che si vogliono raggiungere, piuttosto che concentrarsi su una continua ricerca, che diventa spasmodica sotto elezioni, di nuovi strumenti da utilizzare per accompagnare il corso spontaneo degli eventi: fiscalità di vantaggio, ad esempio, o zona franca integrale (addirittura!), ma per sostenere quali imprese e che tipo di attività?
 
Istruzione, rete scolastica, università, ricerca e formazione sono presupposti indispensabili, ancor più se collocati dentro una cornice di eccellenze, un’offerta formativa che guarda alla costruzione della Sardegna che verrà, della quale occorre delineare il progetto e il sogno. La difesa del territorio e la valorizzazione del suo ambiente naturale e antropologico non sono solo obiettivi in se stessi, ma possono concretamente declinarsi dentro un piano per il turismo e per lo sviluppo rurale. Puntare sulle produzioni agroalimentari di qualità, serve a ridurre la vergognosa dipendenza dall’esterno per più di tre quarti del fabbisogno, ma anche a scegliere su quali produzioni e quali mercati vogliamo scommettere, perché non sono tutti uguali. In questa ottica, vanno rivitalizzate e potenziate le attività manifatturiere, privilegiando quelle ad alto contenuto scientifico e tecnologico, per la semplice ragione che se vuoi colmare un ritardo cronico, devi correre più degli altri, puntare dritto al traguardo e non fermarti a tutte le tappe canoniche della crescita. Occorre investire su filiere e distretti radicati nel territorio, su produzioni a maggior valore aggiunto che creano buona occupazione diretta e alimentano un fiorente indotto di servizi e attività produttive sussidiarie: cantieristica nautica, industria aeronautica, blue economy, biotecnologie, nuove energie, telecomunicazioni, chimica verde. In questo quadro, anche l’industria tradizionale, produzioni strategiche per il Paese come lo zinco e l’alluminio, possono essere indotte alla riqualificazione e innovazione dei processi produttivi che l’industria moderna richiede – per esempio riguardo l’abbattimento dei costi energetici - piuttosto che abbandonate al proprio destino.
 
Per riuscire in questi obiettivi, resta indispensabile un approccio fattoriale (infrastrutture, reti, servizi reali e della pubblica amministrazione), ma va ribaltata l’idea che istruzione e ricerca siano un costo sociale: sono un vero investimento strategico, perché dipende dal più elevato grado di sapere che si trasferisce nelle attività umane anche il loro successo economico. Ragionare sugli obiettivi strategici significa oggi poter coniugare la prospettiva con le misure per l’emergenza. Al prossimo governo regionale chiediamo sin d’ora alcune azioni prioritarie. Anzitutto, la ripresa degli investimenti pubblici, praticamente azzerati nell’ultimo biennio, attraverso un Fondo unico regionale (che consentirebbe di superare in parte i limiti del Patto di stabilità), individuando, di concerto con gli enti locali, le centinaia di cantieri che possono partire subito e dove possono essere reimpiegati i cassintegrati, svuotando il preoccupante bacino degli ammortizzatori in deroga. E poi un vero Piano per il lavoro che concentri gli incentivi a chi assume, soprattutto giovani e donne, anche in modo più intenso nelle aree di crisi e nelle zone interne, in particolare in settori e attività innovative. Non servono a nulla gli incentivi indiscriminati o i microcrediti a pioggia, serve investire le risorse con misure selettive, consistenti, durature e condizionate, introducendo meccanismi di verifica dei risultati e premialità per chi li raggiunga. Non si esce dalla crisi senza il lavoro, non c’è futuro senza lavoro. È per questa convinzione che la Cgil continuerà a lottare e che crediamo sia importante che i sardi vadano a votare domenica prossima. I momenti più difficili sono proprio quelli che richiedono più impegno e partecipazione.
 
Ai tanti elettori comprensibilmente sfiduciati voglio dire che non è disertando le urne che migliorerà la loro condizione, non è sottraendo un voto ai possibili volti di una buona e nuova politica che ancora c’è che si combatte il malgoverno. Abbiamo un diritto da esercitare domenica prossima, che traduce il nostro impegno personale per cambiare le cose. Un diritto che fonda la possibilità di conquistarne degli altri - il lavoro prima di tutto - che la cattiva politica contribuisce a cancellare. Per questo penso che il non voto sia in realtà un voto a favore delle acque stagnanti della cattiva politica. 
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