Vogliamo un’Europa più Mediterranea
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna maggio 2014

Editoriale di Micheel Carrus, segretario generale Cgil Sardegna

Vogliamo un’Europa più Mediterranea

 
Le recenti elezioni europee sono
risultate particolarmente soddisfacenti
per la Sardegna, che eleggendo
ben tre parlamentari - malgrado
la negazione del collegio regionale
- ha l’opportunità di incidere
maggiormente sulle scelte di ampio
respiro da cui, sempre di più,
dipendono anche le possibilità di
sviluppo locale. Il voto dimostra
anche l’ansia di cambiamento della
politica nazionale che nutrono
i cittadini del nostro Paese, il cui
spirito europeista sembra consolidarsi
a dispetto dei troppi movimenti
orientati, distruttivamente,
verso l’auto-esclusione da processi
e dinamiche economiche e sociali
di integrazione continentale,
dalle quali non si può prescindere.
Occorre adesso concretizzare
il risultato cercando di orientare
la politica dell’Ue verso l’area
euro-mediterranea, sulla quale
possono produrre effetti diretti le
scelte di politica economica europea,
indirizzando gli investimenti e lo sviluppo
locale secondo la consueta e positiva filosofia
partenariale della programmazione dal basso:
basti l’esempio delle reti di trasporto trans-europee
(Ten-T) per comprendere la differenza che
può fare starci dentro o fuori, soprattutto per
una regione debole e periferica come la nostra.
Perciò siamo chiamati oggi, attraverso i rappresentanti
che abbiamo eletto, a sollecitare e
rivendicare strategie che ci vedano protagonisti,
e non più esclusi. Crediamo infatti che
l’Unione debba dotarsi di una strategia diversa,
più mediterranea e meno mittel-europea,
capace di perseguire la realizzazione dei suoi
valori e principi fondativi della coesione e della
crescita condivisa. Non è infatti casuale che in
gran parte delle aree che si affacciano sul Mare
Nostrum il reddito pro-capite sia inferiore alla
media europea e, perciò, è necessario orientare
le politiche verso il potenziale di relazioni e opportunità
di sviluppo per tutti che può generarsi
proprio in queste aree.
Occorre riflettere anche sul fatto che l’Africa,
la sponda sud e quella orientale del Mediterraneo,
sono regioni a noi collegate “naturalmente”
e storicamente e conosceranno presto ritmi
di crescita economica e demografica senza pari
nel vecchio continente, che resta il riferimento
principale per attrarre investimenti, tessere nuove
relazioni commerciali, instaurare politiche di
governance complessiva della macro-area. Pensiamo
ai flussi migratori, motore primo di civiltà
e progresso per chiunque abbia una nozione
non trogloditica della storia dell’umanità: non
possono essere assunti dall’Europa solo in una dimensione problematica, ma come opportunità
per costruire processi di integrazione e collaborazione
tra le persone, le culture e le nazioni.
Il nostro essere sardi, la nostra orgogliosa rivendicazione
di una specifica identità culturale
e storico-politica, trae la sua forza proprio
dalla speculare capacità di aprirci all’esterno, di
interagire con sistemi più vasti dentro ai quali
innestare processi di crescita e di contaminazione,
la via più prossima - e la vera sfida da
cogliere - che ci può evitare di tornare a sprofondare
in un angolo buio e remoto della storia:
ci pare di aver udito riflessi anche di queste
considerazioni costruttive nelle parole usate da
Renato Soru in campagna elettorale.
Perciò diventa fondamentale fare buon uso dei
fondi strutturali. Oggi più che mai, per ovviare
ai limiti di finanza pubblica e superare l’oppressione
di un patto di stabilità interna. Per
riuscirci serve, da un lato, una semplificazione
delle procedure di spesa e rendicontazione, oltre
che un adeguato monitoraggio e valutazione
dei risultati; ma soprattutto una capacità di
programmazione del governo regionale. Finora
non si è fatto abbastanza, visto che il volume
degli impegni e della spesa del vecchio quadro
comunitario di sostegno ha raggiunto solo due
terzi del totale. Accanto alla definizione del
nuovo Piano 2014-20, occorre ora recuperare e
investire quelle risorse entro il 2015.
Alla Giunta Pigliaru chiediamo di riprogrammare
quelle spese, dando precedenza alle opere
immediatamente cantierabili, non soltanto perché
è una scelta in sé ragionevole, ma perché
è allo stato attuale l’unico modo possibile per dare una prima risposta alla disperazione
dei migliaia di disoccupati
ed “ammortizzati” e per contribuire
alla ripresa.
In tali opere chiediamo che vengano
impiegati i lavoratori che vivono
il doppio disagio di essere stati
espulsi dalla produzione e poi di
subire le lunghissime attese di un
magro sussidio. Il piano straordinario
per il lavoro che rivendichiamo
da tempo deve, infatti, camminare
contestualmente su due direttrici: il
reinserimento lavorativo dei disoccupati
e le misure di sostegno alla
creazione di nuova occupazione.
La realizzazione di questi primi
obiettivi passa per la revisione del
Patto di stabilità, ricontrattando
con lo Stato anzitutto lo scomputo
dai tetti di spesa della quote di cofinanziamento
regionale dei fondi
europei: sarebbe un modo rapido
ed efficace per realizzare l’impegno,
dichiarato poche ore dopo la
vittoria elettorale dal Presidente del
Consiglio Renzi, di voler dare particolare
attenzione alle aree deboli,
tra le quali ha citato il Sulcis-Iglesiente.
Sulle numerose partite aperte peseranno le scelte
della Regione. Abbiamo potuto apprezzare,
sul piano sostanziale, le prime azioni: l’attenzione
all’edilizia scolastica, l’aver fermato il
peggioramento del Piano paesaggistico (confermando
un’idea di sviluppo qualitativo del
comparto delle costruzioni), il recente accordo
sul San Raffaele, la trattazione ai tavoli di confronto
di importanti vertenze aziendali (l’ultimo,
quello relativo alla crisi di Meridiana, che,
seppur di esito incerto, denota un particolare
impegno), e l’annunciata volontà di accelerare
la metanizzazione, vero snodo per lo sviluppo
industriale e del comparto primario, indipendentemente
dal progetto Galsi, che sconta un
ritardo insostenibile.
Si tratta di scelte che richiedono di essere sostenute
e inquadrate dentro una pianificazione
strategica (in materia di riforme e di politica
industriale, energetica, ambientale, sanitaria,
socio-assistenziale, dei trasporti e delle infrastrutture)
che può realizzarsi con successo solo
attraverso la pratica del confronto e della ricerca
della condivisione, anzitutto con le forze sociali
che rappresentano il lavoro, che è e resta il fondamento
della nostra società.
Sotto questo profilo, posta tutta la disponibilità
del sindacato, attendiamo la traduzione concreta
dell’impostazione dialogante a cui il presidente
Pigliaru ha detto più volte di volersi ispirare. Di
sicuro, la Cgil resta impegnata sul campo, con le
sue idee e le sue proposte di cambiamento, per lo
sviluppo, il lavoro e la solidarietà.
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