Giunta-sindacato: un rapporto da costruire
Martedi 23 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna, luglio 2014

Editoriale di Michele  Carrus, segretario generale Cgil Sardegna

Giunta-sindacato: un rapporto da costruire

I recenti dati su occupazione, crescita, povertà e disagio sociale non fanno trapelare segni di ripresa, e relegano ancora il nostro Paese nel pieno della crisi, con numeri che in Sardegna sono drammaticamente tra i più critici. Non che sia semplice dare una sterzata agli indicatori di un’Isola che ha subito cinque anni di politiche sbagliate, inconcludenti e persino dannose, però è evidente che la Sardegna attende una svolta e che la responsabilità di chi oggi governa sta proprio dentro i confini di questo necessario cambiamento. Nel segno di questa auspicata svolta, abbiamo salutato con favore il nuovo corso politico, riconoscendovi anche un’idea complessiva dello sviluppo della quale crediamo si debba e possa ragionare, in un dialogo sociale aperto e consapevole, per avviare subito le riforme e il rilancio del sistema regionale. Alle riforme e alla nuova programmazione regionali (pensiamo al riordino dell’amministrazione regionale e degli enti locali, ai piani energetico, paesaggistico, sanitario) devono affiancarsi indirizzi e misure per sostenere la ripresa, che può trarre impulso anzitutto dagli investimenti pubblici. Per questo abbiamo proposto la creazione di un Fondo unico regionale per le opere immediatamente cantierabili e, sempre in questa direzione, di accelerare la spesa dei Fondi europei e di quelli per lo Sviluppo e la Coesione, parte dei quali sono già assegnati da delibere Cipe su progetti che stentano a concretizzarsi. Assistiamo a una catastrofe sociale che unisce il crollo del sistema produttivo a quello di comparti che avevano mostrato più capacità di resistenza alla crisi, come l’artigianato e la cooperazione, e leggiamo con preoccupazione ancora maggiore i dati sulla débacle del terziario e la stagnazione della domanda turistica. I cinque anni del precedente malgoverno ci hanno consegnato oltre 140 mila persone che vivono di ammortizzatori sociali (30 mila in deroga, e molti di loro senza assegno), un’enormità se pensiamo che al bacino complessivo degli occupati (560 mila), mentre si contano circa 130 mila “sfiduciati” che il lavoro nemmeno lo cercano più e, ancora, rivediamo la triste piaga dell’emigrazione, soprattutto di giovani qualificati che lasciano la Sardegna in cerca di un futuro migliore.
 
Non è più possibile continuare a ragionare come se il lavoro non fosse la priorità: chiediamo la ripresa degli investimenti pubblici per il reinserimento lavorativo di chi è stato espulso dalla produzione e per stimolare la creazione di nuova occupazione; un piano straordinario per il lavoro che tragga linfa dalla nuova programmazione europea e da politiche attive che siano selettivamente mirate verso le aree di crisi, i giovani e le donne, e verso i settori innovativi: per questo continuiamo a sollecitare scelte più incisive sull’agroalimentare e sulla green economy, che hanno a disposizione risorse consistenti e un grande potenziale espansivo; pensiamo si debba puntare sulla ricerca e sull’economia della conoscenza, sull’Ict e le nuove energie, sul riutilizzo dei materiali e la blue economy, sulla cantieristica e l’aerospaziale: sono settori in cui si possono mettere in campo inventiva ed eccellenze, contenuti di elevato sapere tecnologico da tradurre in nuovi investimenti pubblici e privati, anche allo scopo di poter rivitalizzare i settori industriali più maturi e tradizionali sul sentiero della sostenibilità ambientale e della qualità delle produzioni e dei nuovi processi. Siamo consapevoli che l’insieme delle proposte deve inserirsi dentro il più ampio contesto di un piano strategico regionale del quale vorremmo poter discutere con il presidente della Regione e la sua Giunta.
 
In questi primi mesi di governo abbiamo registrato positivamente una dichiarata apertura al dialogo, che però stenta a realizzarsi nei modi più appropriati e produttivi. Pur riconoscendo le difficoltà dovute alla necessaria ricognizione delle risorse e alla ricerca di svariati ripari su molte urgenze, resta il fatto che il confronto auspicato non c’è stato e che, invece, abbiamo assistito a molte iniziative politiche e assessoriali delle quali stentiamo a vedere il filo conduttore, con l’apertura di tavoli e audizioni caratterizzati da troppe incertezze d’interlocuzione con differenti soggetti sociali, ritrovandoci chiamati a svolgere una sintesi che, così, diventa molto più difficile. Per noi è al sindacato confederale, in forza della sua dimensione e struttura rappresentativa, che appartiene il compito di trovare soluzioni e percorsi su cui s’incanalino le diverse istanze territoriali e settoriali e crediamo che non sia politicamente lecito né produttivo confondere i ruoli e i piani del confronto sociale prescindendo dalla realtà evidente, come una notte in cui tutte le vacche sono nere. Ci sono scelte, poi - come lo spostamento di risorse da una destinazione ad un’altra (per esempio, i fondi del Piano lavoro verso l’edilizia scolastica) oppure la nuova impostazione dei rapporti finanziari con lo Stato che modificano il Patto di stabilità - che anche quando apprezzabili non possono essere poste davanti agli occhi di tutti come un fatto compiuto, perché hanno effetti duraturi sulle politiche di bilancio e producono ricadute sociali rilevanti che meriterebbero, invece, un’ampia condivisione politica e sociale, dal momento che condizionano l’ambito d’azione, presente e futura, dell’una e dell’altra rappresentanza. Gli interessi generali dei sardi non stanno dentro un’utilitaria a due posti (la Giunta e la maggioranza politica che la esprime), ma piuttosto dentro un autobus almeno a due piani, i cui passeggeri hanno diritto e dovere di concorrere alla scelta della destinazione e di suggerire il percorso migliore per raggiungerla, non solo di cambiare autista quando bisogna farlo. Si chiama democrazia liberale, anche se di questi tempi sembra non andar molto di moda.
 
Noi riconfermiamo la nostra disponibilità e continuiamo a coltivare l’aspettativa del cambiamento confidando nel presidente Pigliaru e nella sua capacità di coinvolgere effettivamente i grandi soggetti collettivi, ben sapendo che il sindacato ha molti modi per far sentire la propria voce e promuovere le proprie iniziative, finalizzandole costruttivamente alla ricerca delle migliori soluzioni che servono alla Sardegna per risollevarsi da questo declino, ma che servono molto anche al suo presidente e alla maggioranza che governa per andare avanti più sicuramente sulla strada delle riforme e dello sviluppo. È una strada sulla quale ci siamo incamminati da tempo, larga da far posto a quanti desiderino percorrerla assieme, e sulla quale, certamente, non saremo noi a smettere di marciare.
 
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