Piano per il lavoro: «Regione immobile»
Martedi 17 Maggio 2011
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L’Altra Sardegna febbraio 2011


Editoriale di Enzo Costa, segretario generale Cgil Sardegna

Piano per il lavoro: «Regione immobile»
 
Nella classe politica regionale prevalgono individualismo e competizione permanente tra persone e gruppi. Un modo di essere che produce continue divisioni, soprattutto nella maggioranza di governo. Una situazione che non viene superata dai ripetuti rimpasti di Giunta e che non consente di realizzare politiche all’altezza dei bisogni dei sardi. A dimostrazione di questo basta guardare la frammentazione degli interventi previsti nella legge finanziaria.
 
I sindacati hanno chiesto e ottenuto un impegno per il Piano straordinario per il lavoro ma la definizione di una strategia per attuare misure concrete viene sempre rimandata. Anche nell’ultimo incontro con il presidente Cappellacci, è stato preso un impegno che rimanda tutto a tavoli ancora da convocare, decisioni ancora da prendere. Lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto ritardi e inadempienze,e si è impegnato a recuperare in tempi rapidi il confronto con le parti sociali. Un’altra dichiarazione d’intenti, che non vorremmo restasse tale. All’incontro abbiamo sottolineato che non soddisfa la linea intrapresa dalla Regione sulla vertenza entrate, la rinegoziazione del Patto di stabilità e il confronto Stato-Regione. È troppo morbida, anzi direi subalterna.
 
Ciò che accade in Sardegna - dai Fas alle entrate compartecipate sottratti, dall’impugnazione della legge sul patto di stabilità alla nuova continuità territoriale – ci costringe a prendere atto di un fatto evidente: lo stato della politica regionale rappresenta uno dei limiti maggiori per l’affermazione della nostra autonomia, un ostacolo che va assolutamente superato. Il 21 gennaio a Zuri è iniziata una nuova marcia per il lavoro. Un tema centrale, il primo da affrontare,perché sta intaccando la serenità della società sarda. La crisi globale che ha sconvolto il mondo ha messo a nudo tutti i nostri limiti, ma anche tutte le nostre responsabilità: un modello di sviluppo più subìto che voluto, la debolezza della nostra autonomia.
 
Il disastro è tale che oggi siamo chiamati a ripensare integralmente il nostro futuro. Lo facciamo quotidianamente quando lottiamo per impedire lo smantellamento di quello che abbiamo, e questo vale sia per l’industria che per l’agricoltura e la pastorizia. Ma lo dobbiamo fare soprattutto per avviare un nuovo modello di sviluppo, questa volta pensato e voluto da noi, che parli dei nostri problemi e valorizzi le nostre risorse e le nostre capacità. Questa è la ragione che, in questi ultimi anni, ha spinto il sindacato sardo a rivendicare una stagione di riforme e l’apertura di un confronto contro uno Stato che ci sottrae risorse e, per giunta, riduce sempre di più la sua presenza:dalla scuola alla mobilità sino al controllo del territorio.
 
Ancora per diverso tempo l’economia e la società sarda dovranno gestire le conseguenze della crisi economica, produttiva e occupazionale che fa sentire i suoi effetti negativi sulle famiglie, i disoccupati, i lavoratori occupati, i precari giovani e non, i pensionati, i lavoratori stranieri. Per questo è necessaria non solo una nuova politica regionale che sostenga la ripresa produttiva e tuteli le fasce più deboli della popolazione ma anche un sistema delle imprese che sostituisca alla riduzione dei costi e alla compressione dei salari un reale investimento nell’innovazione e nella ricerca di nuovi mercati.
 
Partendo da questi presupposti il sindacato sardo ha chiesto di inserire nella finanziaria la necessità che la Regione si doti di un piano straordinario pluriennale per il lavoro attraverso un apposito disegno di legge. Un piano che dovrà contenere politiche industriali, terziarie e agricole che supportino un modello di sviluppo eco sostenibile, con una seria politica energetica e investimenti selettivi in innovazione e ricerca e nella green economy,una formazione più efficacemente orientata all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, qualità del ruolo pubblico e opere infrastrutturali ma sopratutto la promozione del territorio come luogo dove esistono i bisogni e da cui ripartire. Sono questi gli assi che noi indichiamo come scelte strategiche finalizzate a un rilancio dell’economia regionale e come volano per ridare fiato all’occupazione. Un piano per il lavoro significa rimettere il suo valore e la sua dignità al centro, immaginare un modello solidale di società e riproporre una scala di valori opposti a quelli oggi più in voga, ma certamente più aderenti al dettato costituzionale. È una prospettiva necessaria per contrastare il degrado di oggi, una prospettiva che interroga una politica spesso disattenta.
 
Ecco perché se le risposte non saranno immediate porteremo a Cagliari la parte migliore della Sardegna, le donne e gli uomini del lavoro, che conoscono l’orgoglio di essere lavoratori, lavoratrici,pensionate e pensionati, quelli che non si rassegnano, che sanno che uscire dalla crisi significa anzitutto restituire la centralità al lavoro per costruire, insieme, un futuro credibile e dignitoso per le nuove generazioni. Ma questi saranno i contenuti e le rivendicazioni di un nuovo sciopero generale della Sardegna.
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