Bruno D’Aguanno, Crs4, coordinatore il progetto Estate Lab
Giovedi 17 Febbraio 2011
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L’Altra Sardegna Febbraio 2011

«Così trasformeremo sole e vento in opportunità di sviluppo e lavoro» 

di Daniela Pistis

Traduce tutto in formule e calcoli. E disegna sulla lavagna una terza rivoluzione industriale tutta sarda. Bruno D’Aguanno, nato a Cervera 58 anni fa, da venti ricercatore tra Pula e Macchiareddu, spiega che il futuro è lì, a portata di mano. Se solo qualcuno volesse afferrare il sole e il vento e trasformarli in nuovo sviluppo. Perché sono il petrolio della Sardegna, fonti inesauribili da sfruttare senza offendere natura e ambiente.

Cosa scriverebbe nel piano energetico regionale?

«Che la Sardegna può soddisfare autonomamente il fabbisogno energetico, libera dai grandi poteri industriali e abbassando gradualmente il costo dell’energia.»

 Come?

«Investendo su fotovoltaico, geotermico, termodinamico, eolico e microeolico.»

 Il carbone?

«Non si possono abbandonare subito tutte le fonti fossili, ci sarà un periodo di transizione. Il carbone può avere una prospettiva solo se gli studi legati all’immagazzinamento e stoccaggio della CO2 prodotta dalla combustione daranno presto i risultati attesi.»

 In che fase è la ricerca?

 «Avanzata, ma c’è ancora il rischio di fughe di CO2 nell’atmosfera, con gravi danni all’ambiente e alle persone.»  

Le rinnovabili inquinano?

«Mai quanto le fonti fossili. Quando si interagisce con la natura, ci sono sempre conseguenze: ad esempio, le pale eoliche cambiano il flusso del vento e un utilizzo intenso a livello mondiale potrebbe determinare perturbazioni nel fondamentale ciclo dell’acqua. Non siamo ancora in grado di misurare questi effetti ma sappiamo di sicuro che per limitare i danni, i consumi energetici attuali vanno ridotti. Non c’è alternativa. »  

Cosa può fare il singolo cittadino?

«Deve autoprodurre la propria energia ma sono importanti anche piccoli gesti quotidiani, come spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare televisore o pc in standbay. Ognuno di noi deve acquisire una consapevolezza: le fonti fossili stanno alterando irreparabilmente il nostro ecosistema, i ritmi di consumo attuale non sono sostenibili.»

Quanti se ne rendono conto?

«Dobbiamo sensibilizzare le persone e spronare la politica a fare scelte che privilegino l’utilizzo delle fonti rinnovabili. È un compito che spetta a noi ricercatori e a tutti i soggetti di rappresentanza sociale e politica, anche al sindacato viste le notevoli ricadute occupazionali legate allo sviluppo del settore.»

Le industrie in Sardegna lamentano costi alti dell’energia, qual è la ricetta?

«Eolico e solare termodinamico a concentrazione.»

 Pale eoliche e specchi solari sono compatibili con il paesaggio?

«Si possono sfruttare le aree industriali, stabilendo regole e limiti con una normativa regionale stringente: non c’è bisogno di alterare il paesaggio o consumare terreni destinati ad altre attività, come agricoltura e turismo. Perciò la ricerca è fondamentale, il nostro progetto ha lo scopo di ottimizzare la produzione di energia e arrivare a impianti sempre più potenti in spazi sempre più ridotti.»

Si tratta comunque di grandi impianti.

«La prima centrale termodinamica verrà costruita a breve da Sorgenia: occuperà 170 ettari a Macchiareddu e produrrà 50 megawatt. »  

Il fabbisogno di Alcoa è di 280 megawatt.

«È evidente che per soddisfarlo occorrerà mettere in campo più soluzioni, perciò parlo di un mix di rinnovabili e, soprattutto, di una fase di transizione che imporrà scelte precise sul modello di sviluppo della Sardegna del futuro. Di sicuro, anche le industrie energivore hanno l’onere di ridurre i consumi, lo possono fare innovando gli impianti, investendo in nuove tecnologie.»

L’Isola ha bisogno di 1500 megawatt.

«Sono ripartite più o meno equamente tra usi residenziali, trasporti e industria: se coprissimo i tetti di tutte le nostre abitazioni con pannelli fotovoltaici e con l’utilizzo di geotermico e microeolico avremmo già soddisfatto la domanda dei cittadini. »  

I trasporti?

«Oltre ai motori a gas e ai biocombustibili, l’idrogeno avrà un ruolo centrale ma è un discorso un po’ più futuribile, anche perché non esiste ancora una rete di distribuzione dell’idrogeno. In ogni caso la tendenza è chiara: per avere idrogeno abbiamo bisogno del calore, quindi del solare termodinamico o dell’energia elettrica prodotta dal fotovoltaico. »

Le inchieste sull’eolico hanno macchiato in partenza i ragionamenti sullo sfruttamento del vento.

«Colpa del sistema di incentivi che ha scatenato gli appetiti di imprenditori interessati solo a vantaggiose operazioni finanziarie. I finanziamenti sono garantiti per vent’anni e non diminuiscono man mano che la tecnologia diventa matura: nessun obbligo di innovare gli impianti e investire in nuova ricerca o sviluppo. Questo genera margini di guadagno notevoli e distorce il mercato delle tecnologie rinnovabili.»

I finanziamenti pubblici vanno aboliti?

«Il ruolo del pubblico è indispensabile ma servono correttivi: prima di tutto un sistema di tariffazione incentivata a delscalare nel tempo, e poi l’obbligo di modificare le tecnologie con quelle più innovative.»  

Fanno apparire economico ciò che non lo è, e i costi li scaricano sulle nostre bollette.

«La logica dei contributi serve per innescare un processo di transizione. I costi attuali diminuiranno con i risultati della ricerca e la diffusione di massa delle tecnologie, come è accaduto per cellulari, pc e internet. I finanziamenti pubblici verranno superati da un mercato basato su una miriade di produttori sparsi in tutto il mondo.»  

Dopo l’era della digitalizzazione, quella della “energizzazione” dal basso?

«È un processo già in atto, lo dimostra il numero crescente di piccoli e piccolissimi impianti fotovoltaici che immettono energia nella rete. Adesso però manca un passaggio fondamentale, e cioè lo sviluppo delle reti intelligenti, le “smart grid”, che permettono agli utenti di connettersi fra di loro, non solo a una rete nazionale. Significa avere il controllo su produzione e distribuzione dell’energia, non dipendere dai grandi produttori o dalle fluttuazioni del mercato.»

Crede che l’industria energetica o le lobby delle rinnovabili lo permetteranno?

«Dipende da quanto le singole comunità e i governi si impegneranno per contrastare i lori interessi. La democratizzazione dell’energia è una grande occasione ma rischiamo di sprecarla se non agiamo in fretta.»

Non è già tardi? C’è un progetto di mega centrali termodinamiche nel deserto del Nord Africa.

«La grande industria punta su impianti di dimensioni gigantesche e complica la tecnologia in maniera da mantenerne il controllo. Il progetto Desertec è un esempio, ma non credo sia troppo tardi per agire: abbiamo il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni per diffondere l’uso locale delle rinnovabili. È indispensabile fare in fretta le giuste politiche.»

Cosa pensa della politica regionale sulle rinnovabili?

«Apprezzo la volontà di investire nella sperimentazione di nuove tecnologie ma mi pare che alcuni progetti rispondano a logiche di spartizione di risorse per favoritismi locali.»

A cosa si riferisce?

«Al Grande Progetto sul Solare Termodinamico di cui parla una delibera di Giunta dello scorso settembre, che ipotizza la costruzione di quattro centrali.»

Cosa c’è di strano?

«Nel progetto originario, elaborato dalla Giunta Soru, era prevista un’unica centrale termodinamica che, probabilmente, risponde meglio ai criteri europei con cui vengono approvati questi progetti. Ma, al di là di questo, lascia perplessi che la delibera indichi le tecnologie da utilizzare, una scelta che richiede competenze tecniche precise.»

Qual è il rischio?

«L’impressione è che i quattro impianti siano progetti spot, che nascono e muoiono senza una logica di sistema: polverizzare le risorse può ostacolare la crescita complessiva delle competenze e delle applicazioni pratiche. E poi sarebbe stato più corretto che la scelta delle tecnologie rientrasse nelle prerogative del Grande Progetto, senza indicazioni preliminari.»

Estate-lab costa 11 milioni e mezzo di euro, finanziati da Stato, Regione e privati, a cosa serve?

«Sviluppiamo prototipi, l’obiettivo è trasformarli in iniziative di mercato, con imprese che investono e ricadute occupazionali. Perciò mi stupisce che, almeno per adesso, la Regione non metta in relazione ciò che stiamo facendo come Crs4, Sardegna Ricerche, Università di Cagliari e i partner industriali di progetto con quanto intende fare nel Grande Progetto.»  

Manca un disegno complessivo di ciò che si vuole fare?

«Nel piano energetico regionale attuale c’è spazio per lo sviluppo delle fonti rinnovabili ma resta sulla carta. Di fatto poi si naviga a vista perché dopo i piani non arrivano le norme attuative, e non è un problema solo locale.»

Nei progetti nazionali c’è la costruzione di tredici centrali nucleari. È meglio che restino sulla carta?

«Sì, è una scelta sbagliata da tutti i punti di vista: richiede tempi lunghi di realizzazione e costi elevati, non produce posti di lavoro, è pericoloso per la salute. Le centrali nucleari vanno chiuse, tutte. Costruirle ex novo è pura follia, in Sardegna come nel resto d’Italia.»

Wikileaks ha svelato l’interesse del governo per il gasdotto in Russia, ha ancora senso parlare del metanodotto Algeria Sardegna Italia?

 «L’utilizzo del metano risolverebbe problemi contingenti ma non risponde al tema della sicurezza negli approvvigionamenti perché ci lega alle scelte di chi ha in mano la risorsa. La Sardegna ha l’opportunità di trasformare sole e vento in una piccola rivoluzione: è un’occasione unica, per le ricadute occupazionali e per la ripresa del sistema economico e sociale. Una rivoluzione che ogni Paese, in tutto il mondo, prima o poi dovrà compiere. Ne va della salvezza del nostro ecosistema.»

 
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