Giovanni Lobrano, docente di Diritto Romano, UniversitÓ Sassari
Venerdi 19 Settembre 2014
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L’Altra sardegna maggio giugno 2011
Intervento di  Giovanni Lobrano docente di Diritto Romano all’Università di Sassari
 
Ecco perché riscrivere Statuto e legge statutaria

1. Cos’è e come si esercita l’Autonomia.  Autonomia significa, per ogni  uomo e/o comunità: il diritto/potere  non di fare ciò che ciascuno vuole ma  di darsi leggi e il dovere di rispettarle.  Per la comunità-popolo, la legge  prima e fondamentale è quella che ne  definisce la forma di governo, cioè: a)  chi/come esercita il potere del popolo;  b) i mezzi di limitazione del potere  ovvero di difesa della libertà. Per i popoli  organizzati a Stato, tale legge è la  Costituzione. Per i popoli facenti parte  di una più ampia comunità statale,  come le Regioni italiane, è lo Statuto.  Scrivere o riscrivere il proprio Statuto  è l’esercizio primo e fondamentale  della Autonomia. 

2. Cos’è e come si esercita l’Autonomia.  A differenza dello Stato, che ha  competenza generale, le Regioni hanno  le competenze che lo Stato riconosce  loro e che definiscono l’ambito  della loro Autonomia. Alla Regione  Sardegna, come ad alcune altre Regioni,  lo Stato italiano ha riconosciuto,  con la Costituzione, una Autonomia  speciale, cioè un ambito speciale  di competenze. Ogni Autonomia speciale  è per definizione unica.  A differenza delle Regioni ad Autonomia  ordinaria, le materie della Autonomia  speciale sono, dunque, due:  oltre la forma di governo, la specialità.  La Autonomia speciale ha pertanto  bisogno, per essere riformata, di due  leggi: una legge costituzionale dello  Stato italiano con l’oggetto specifico  della specialità autonomistica sarda  e una legge della Regione Sardegna  con l’oggetto della forma di governo  sarda. Con una terminologia purtroppo  ingannatrice, chiamiamo Statuto  la prima legge e (soltanto) Legge sta- tutaria la seconda. 

3. Perchè fare la riforma statutaria  Tutti sappiamo che la specialità autonomistica  sarda lascia insoddisfatti  sin dal ’48/’49: si pensi alla famosa  critica del sardista Emilio Lussu. La  riforma costituzionale del 2001, ampliando  l’Autonomia ordinaria, ha  prodotto l’effetto di ridimensionare  ulteriormente le ‘vecchie’ Autonomie  speciali, tra cui quella sarda.  Quasi nessuno, però, dice che anche  la forma di governo della Regione  sarda lascia insoddisfatti. La forma di  governo dello Stato italiano, definita  secondo un modello internazionale  dalla Costituzione del ’48 e la coeva/  omologa forma di governo della  Regione sarda, definita nello Statuto  datoci dallo Stato, sono caratterizzate,  in entrambi i loro elementi essenziali,  da difetti gravi: a) difetto di sovranità  popolare nella individuazione dei titolari  e delle forme di esercizio del potere  pubblico; b) inefficacia del mezzo  di limitazione del potere / tutela della  libertà. Questi difetti colpiscono anche  l’efficacia socio-economia della forma  di governo. La riforma costituzionale  italiana del 2001 - riprendendo riflessioni  sviluppate a livello mondiale e,  in particolare, gli orientamenti assunti  dall’Unione Europea - ha cercato di ovviare  al difetto di sovranità popolare,  potenziando il ruolo delle Autonomie.  Questa riforma è però resa imperfetta  e insufficiente dalla combinazione  contraddittoria di slanci riformatori e  di resistenze conservatrici. La traduzione  operativa di tale contraddizione  è nell’istituzione del Consiglio delle  Autonomie Locali: creato senza potere.  All’inefficacia del mezzo di limitazione  del potere / tutela della libertà si  è cercato di ovviare a livello mondiale,  a partire dalla fine del secondo conflitto  mondiale, con una nuova ‘magistratura’,  detta, in Italia, “Difensore  civico”. Anche in questa ‘riforma’ la  imperfezione/insufficienza si manifesta  operativamente nella mancanza di  potere di tale ‘magistratura’. 

4. Come fare la riforma statutaria  Poiché entrambe le materie statutarie  (specialità e forma di governo) devono  essere riformate, sono necessarie  entrambe le leggi di riforma: Statuto  e Legge statutaria. Queste devono  essere complementari, ispirandosi ad  un principio unico, perché concorrono  a dare risposta ad una questione  al fondo unica. Il principio unico deve  essere un federalismo in grado di assicurare  un ‘di più’ soddisfacente di  libertà-partecipazione ovvero di democrazia  e di efficacia. Naturalmente,  dobbiamo essere estremamente attenti  al significato che attribuiamo al  ‘federalismo’.  Per quanto concerne i contenuti, la  ragione della specialità dell’Autonomia  sarda è la specialità geografica  della Sardegna: l’insularità, cui è stata  connessa, nella storia, una vocazione  speciale alla libertà. La specialità autonomistica  dell’insularità deve essere  reinterpretata in chiave federativa:  dalla concezione difensiva/rivendicativa  ad una concezione espansiva/propositiva.  Anche in materia di forma  di governo, i contenuti della riforma  devono discendere dal principio federativo.  Per l’individuazione dei titolari  e dell’iter di formazione della volontà  pubblica, ricordo che l’ex presidente  dell’Anci Tore Cherchi ha proposto  di dare al Cal il ruolo di “seconda  camera regionale”: proposta in linea  con la storica tradizione municipalista  sarda (del rivoluzionario Giovanni  Maria Angioy, che nel ’700 ha tentato  di bilanciare il potere degli Stamenti  cagliaritani con la federazione delle  ‘Ville’, e del ‘monarcomaco’ Giovanni  Battista Tuveri, che nell’’800 ha difeso  il ruolo dei Municipi nel Parlamento  sardo-piemontese), con l’ispirazione  democratica della riforma costituzionale  italiana del 2001 e con gli  orientamenti migliori e più recenti  della scienza economica mondiale.  Per l’ attivazione dei mezzi di difesa  della libertà, dovrà essere ripensata e  rilanciata la Difesa civica.  Anche il metodo per realizzare le due  parti della riforma deve essere “federativo”:  sia all’esterno della Sardegna,  per la determinazione della specialità  in confronto serrato con il governo  statale, sia all’interno, per la determinazione  della forma di governo  in confronto serrato con il governo  regionale. In definitiva, è sempre necessaria  la mobilitazione del Popolo  dei cittadini sardi. Da ciò deriva la  proposta della Costituente sarda.  

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