Andrea Deffenu L’Autonomia? «Mai coś umiliata nella sua storia»
Venerdi 19 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna agosto 2011

Intervento di Andrea Deffenu, docente Diritto Costituzionale Cagliari
 
L’estate del 2011 sarà forse ricordata come una delle stagioni più umilianti e tristi per la storia della nostra autonomia. Per dimostrarlo basta accennare ad alcune delle questioni politiche più significative che l’hanno caratterizzata. 1. Il caso Tirrenia. Da una parte esso è stato gestito dal Governo nazionale senza considerare in alcun modo gli interessi della Regione, anzi direi come se la Sardegna non esistesse; dall’altra la Giunta Cappellacci non é riuscita a pretendere dal livello statale il giusto coinvolgimento che avrebbe meritato. Si tratta di una vicenda che mostra nello stesso tempo l’insipienza politica della Regione e un vero e proprio neo-centralismo statale. 2. La vertenza entrate. La Regione sarda ancora oggi non riesce a ottenere dall’esecutivo nazionale il rispetto di una legge dello Stato che recepì l’accordo Soru-Prodi, ovvero una rimodulazione della compartecipazione dei tributi riscossi nel territorio regionale conforme alla previsioni statutarie, col conseguente sacrosanto diritto di vedere restituite ingenti somme di denaro illegittimamente trattenute dall’erario nel corso degli anni e mai versate alla Sardegna. Invece di pretendere l’immediata attuazione dello Statuto sardo, che nel nostro ordinamento ha il rango di una legge costituzionale, la Giunta sarda ha aspettato inutilmente il via libera dal Governo Berlusconi, che non solo non é mai arrivato, ma al contrario si é tradotto nella recentissima impugnazione davanti alla Corte costituzionale della legge regionale che ha cercato di intervenire proprio sul tema delle entrate fiscali. Oltre al danno anche la beffa. 3. Il federalismo fiscale. Il Paese si prepara - che la si condivida o no - a una delle modifiche istituzionali più profonde degli ultimi anni, con un effetto dirompente per l’articolazione dei rapporti Stato, Regioni ed enti locali. Non sono ancora prevedibili le conseguenze sul pari godimento dei diritti sociali e civili al Nord come al Sud, con il rischio di mettere in una crisi irrimediabile il rispetto del principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost. Nel procedere di tali mutamenti, che rischiano di infliggere il colpo di grazia all’esistenza di Regioni speciali, la cui condizione istituzionale è sempre più percepita come un ingiustificato privilegio, la Sardegna é rimasta ancora una volta ai margini del dibattito nazionale. Sappiamo benissimo che la mancata partecipazione come protagonisti a svolte istituzionali di tale importanza significa dover subire passivamente per il futuro scelte e decisioni assunte da altri. 4. Parità di genere e Giunta regionale. L’azzeramento della giunta regionale da parte del Tar Sardegna, che ha giustamente ritenuto violato il principio della parità di genere sancito dall’art. 51 Cost., giunge non a caso nella fase di minore credibilità e forza politica della Regione. L’annullamento dell’atto di nomina dell’esecutivo sardo, che rientra tra gli atti di autonomia costituzionalmente garantiti, dovrebbe far riflettere sulla facilità con la quale un giudice ha posto nel nulla un provvedimento politico rispetto al quale in altri tempi si sarebbe mostrata molta più cautela e attenzione.
 
Ho descritto solo alcuni degli eventi più significativi che mostrano, senza appello, lo scadimento della politica nella nostra Regione. Stante la forte crisi economica che affligge in tutti i settori la Sardegna, una politica debole e senza qualità è la peggiore delle situazioni immaginabili. Anche per questi motivi le soluzioni proposte per affrontare la crisi che si leggono nelle pagine dei quotidiani sardi in queste settimane non mi convincono affatto. Chiedere non si sa bene come e a chi maggiore autonomia, più federalismo o addirittura un vero e proprio indipendentismo, non é credibile nel momento in cui la classe politica non é in grado di affrontare con la dovuta competenza e capacità le questioni più urgenti del lavoro e dello sviluppo, per la soluzione delle quali non servono più autonomia e indipendentismo, nè nuovi poteri o competenze, ma al contrario la capacità di elaborare, più concretamente, politiche credibili e condivisibili. Perché mai dovremmo credere a chi ci chiede di lottare per avere una Regione con più competenze, quando non siamo in grado di esercitare fino in fondo quelle che abbiamo? Come si può solo pensare che un “partito dei sardi” possa dare risposte politiche quando ancora oggi il nostro apparato politico e amministrativo non riesce a spendere se non in minima parte le ancora ingenti risorse economiche comunitarie? Di fronte all’incapacità di risolvere i problemi dell’oggi si scaricano le responsabilità su altri, o si cerca di spostare l’attenzione su altri temi, senza domandarsi con sincerità se le colpe, come io credo, non siano soprattutto nostre, in questo ricomprendendo tutte le forze politiche e sociali sarde. Per dimostrare questa mia affermazione, è sufficiente richiamare un dato istituzionale, oggi dimenticato, ma quanto mai attuale e significativo. Dal 2001, anno della riforma del titolo V della Costituzione, la Sardegna vive una fase di transitorietà e precarietà ordinamentale che ha contribuito a far perdere di credibilità alla politica regionale nel suo insieme. Infatti, se andiamo a leggere l’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, quella che ha riformato il Titolo V, scopriamo che tale riforma, pensata per le Regioni ordinarie, si applica anche alle Regioni speciali, in attesa che le stesse approvino i rispettivi nuovi Statuti, nelle parti in cui la stessa legge prevede forme di autonomia più favorevoli rispetto agli Statuti vigenti. Tra qualche mese saranno passati dieci anni dalla riforma, e ancora non si é riusciti a produrre un nuovo Statuto, ma solo dibattiti sterili, astratti e senza via d’uscita. Non basta. Se andiamo a leggere con attenzione il nostro Statuto speciale scopriamo che la nostra forma di governo, che come è noto prevede l’elezione diretta del Presidente della Regione, é anch’essa transitoria, in attesa che si approvi la cosiddetta legge statutaria, atto di autonomia che a oggi, per complessi motivi che in questa sede non possiamo indagare, é ben lontana dall’essere approvata. In conclusione, credo si possa affermare che in Sardegna ci si trovi veramente a un bivio: o si riuscirà a costruire un percorso politico e istituzionale credibile, realistico, in grado di affrontare non solo le urgenze del quotidiano ma anche le questioni di più ampio respiro istituzionale, oppure il rischio è quello di essere condannati a subire gli effetti sempre più devastanti di una crisi amplificata e aggravata da una inescusabile sciatteria politica. 
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