Maria Letizia Pruna «La Finanziaria dell’indifferenza»
Venerdi 19 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna dicembre 2011 

Intervento di Maria Letizia Pruna, sociologa

 
Il 18 novembre scorso la Giunta guidata da Ugo Cappellacci ha presentato al Consiglio Regionale il disegno di legge n. 332/S recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (legge finanziaria 2012)”. Se proviamo a fare un esercizio di lettura del documento diverso rispetto al solito, cercando cioè di descrivere quale situazione della Sardegna emerge dagli interventi previsti e dalla relazione introduttiva della Giunta Regionale, ne ricaviamo una immagine sorprendente: la Sardegna è solo una regione da ammodernare, recuperando crediti e alienando beni pubblici del patrimonio regionale, e al più presenta i bisogni di assistenza tipici delle popolazioni che invecchiano.
 
Non c’è traccia della crisi, della disoccupazione dilagante, della precarietà che connota ogni ambito occupazionale, delle acrobazie che migliaia di famiglie devono fare per sopravvivere: non sembra trattarsi di una manovra finanziaria dettata da una situazione eccezionalmente difficile; è chiara, invece, l’assoluta indifferenza (forse anche l’incompetenza) rispetto ai gravi problemi che ben conosciamo e che riguardano in primo luogo il lavoro, le attività economiche in quasi tutti i settori, i redditi delle famiglie, le condizioni di vita di moltissimi cittadini e cittadine. Dalla struttura del provvedimento (le quattro “direttive” in cui è articolato: aspetti finanziari, interventi nel settore socio-sanitario, semplificazione amministrativa, autoriz-zazioni di spesa) si ricava immediatamente l’impressione che i temi centrali di questa pesante fase recessiva dell’economia siano rimasti altrove, fuori dall’articolato della finanziaria 2012.
 
Le “disposizioni nel settore sociale e del lavoro”, cui è dedicato lo scarno articolo 2, mettono insieme in un elenco senza ordine e con poco senso interventi di spesa per assistenza sociale, misure di sostegno del reddito e vaghi intendimenti che rinviano ad un Piano per il lavoro di cui conosciamo già l’inconsistenza. A dispetto delle finalità esplicitate al comma 1 dell’art. 2 – “contrastare le situazioni di emergenza persistenti nei settori socio-assistenziali e del lavoro” – la Giunta regionale confonde le emergenze con le attività istituzionali ordinarie e non riesce né a individuare interventi nuovi e specifici per reagire alla crisi e riavviare l’economia dell’isola, né ad assumersi le responsabilità dirette del governo di questa crisi. Trasferisce infatti ai Comuni l’onere di contrastare le emergenze attraverso gli strumenti di sempre: destina 55 milioni di euro agli enti locali, di cui 15 milioni (ricordiamoci che corrispondono a 30 miliardi di lire!) per cantieri comunali, un intervento vecchio di almeno 25 anni, usato e abusato in qualsiasi situazione senza mai verificare che cosa abbia prodotto (e chi o che cosa abbia lasciato sistematicamente fuori); 10 milioni per interventi di rimboschimento e 30 milioni per azioni di contrasto alla povertà. Il comma 2 dello stesso art. 2 riguarda la dotazione del Fondo regionale per la non autosufficienza: si riferisce quindi a interventi socio-sanitari che poco hanno a che fare con la crisi e con le emergenze che questa ha prodotto, si tratta piuttosto dei bisogni ordinari di assistenza della popolazione (per la cura di bambini, anziani e persone con disabilità), a cui occorre rispondere ma che in tempo di crisi dovrebbero essere affiancati da iniziative di più ampio respiro. Nel comma 4 si rinvia al Piano per il lavoro annunciato nella legge finanziaria 2011 e approvato sei mesi dopo, cioè pochi mesi fa, quasi al compimento del terzo anno dall’inizio di una crisi che ha riportato l’occupazione della Sardegna indietro di sei anni (al livello del 2004), ma quella maschile addirittura indietro di venti anni (al livello del 1990). L’intenzione di “fornire immediate ad efficaci risposte alle criticità e alle emergenze dell’economia isolana” - che apre il comma 4 dell’art. 2 - non può che suonare priva di senso dopo tre anni di inerzia del governo regionale, ed è peraltro smentita dall’entità delle risorse stanziate e dalle azioni individuate: 46 milioni di euro non rappresentano uno stanziamento straordinario per un mercato del lavoro colpito così duramente, ma neppure uno stanziamento sufficiente a governare il suo funzionamento ordinario. Anche in questa parte del provvedimento le attività ordinarie della Regione sono sistematicamente confuse con le emergenze, di cui non c’è alcuna traccia: gli incentivi per l’assunzione dei lavoratori già impegnati in attività socialmente utili rientrano nel processo di assorbimento di questa figura avviato da molti anni e quasi concluso, così come gli interventi a sostegno di lavoratori colpiti da licenziamenti o sospensione dal lavoro rientrano tra gli ammortizzatori sociali utilizzati ordinariamente nel mercato del lavoro nazionale e regionale.
 
Ciò che appare più sorprendente è che nelle (solite) more di un intervento legislativo di “rivisitazione organica” del sistema dei servizi per il lavoro, si debbano affidare a questa finanziaria le risorse straordinarie per assicurarne il funzionamento, come se non fosse un servizio ordinario che la Regione deve garantire ai cittadini; ma al tempo stesso, per qualche dubbia emergenza, è destinato un milione di euro all’attuazione di nuovi “centri territoriali della rete dei servizi per il lavoro”: è questa la risposta efficace alla crisi in Sardegna? 
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