Sabrina Perra, docente di Sociologia all’università di Cagliari
Venerdi 19 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna gennaio febbraio 2012
Intervento di Sabrina Perra docente di Sociologia all’università di Cagliari
 
La retorica della crisi: «Tutti coinvolti e nessuno responsabile»
 
Le crisi economiche dilaganti e persistenti che si abbattono su scala globale inducono la sensazione che siamo tutti sulla stessa barca, tutti vittime di un destino barbaro e crudele, tutti coinvolti e nessuno responsabile. Non è qualunquismo, né solidarietà, ma piuttosto un benevolo senso di appartenenza ad una non meglio precisata comunità che travalicherebbe appartenenze territoriali,sociali, politiche. Come spesso accade in questi casi, inizia una narrazione degli eventi, che diventa,con il passare del tempo, una vera e propria retorica della crisi in cui si corre il rischio di credere che nella crisi siamo tutti uguali,che la crisi annulli le disuguaglianze sociali, ma soprattutto che dopo la crisi, nella catarsi generale,si potrà fare come se nulla fosse stato prima. Purtroppo le cose non stanno così. In Sardegna, la crisi si sta rivelando particolarmente grave perché si abbatte su un sistema produttivo fragile nel quale si sono riversate risorse finanziarie in modo irrazionale,senza alcuna pianificazione di lungo periodo.
 
I segnali sulla gravità della crisi vengono dagli andamenti del mercato del lavoro, ma in particolare dal peggioramento della qualità dei lavori, della loro progressiva precarizzazione. Dal2009, non solo si sono persi molti posti di lavoro, soprattutto nell’industria,ma quelli che si sono creati sono sempre più di frequente precari, scarsamente e non garantiti. A più di due anni dalla crisi appare chiaro che questa situazione non è solo un suo risultato, ma l’effetto di inefficienze strutturali del sistema produttivo che la crisi ha solo accentuato. Una delle più gravi debolezze del sistema produttivo isolano, ma più in generale della società sarda, è il basso livello di istruzione. È impressionante pensare che la Sardegna è la regione italiana in cui vi è la più alta percentuale di persone in età da lavoro che ha conseguitola sola licenza media (44,8%). Ma ancora più preoccupante è sapere che di questi, il 32,2% è un giovane tra i 20-24 anni. Per le giovani donne, la percentuale si abbassa al25% circa. Se si guarda al diploma di scuola superiore, questo è posseduto dal solo 29% della popolazione maschile in età da lavoro e solo dal 50% circa dei giovani che hanno tra i 20-24 anni d’età. Anche in questo caso, le donne fanno un po’ meglio: per la stessa classe di età, ben il 68,2% ha conseguito il diploma. Le differenze rimangono anche per la laurea. Tra i maschi in età da lavoro, solo l’8,5% possiede la laurea e di questi, tra quelli in un’età compresa tra i 25-29 anni,la percentuale raggiunge appena il12,9%. Tra le donne in età da lavoro la percentuale è del 12,9, ma per le giovani tra 25-29 anni d’età,raggiunge il 17,3%.
 
Con questi livelli di istruzione, così drammaticamente lontani dalle regioni del nord d’Italia, ma soprattutto dalla media europea, è davvero difficile attendersi un sistema produttivo vivace e aperto alle innovazioni. Ciò che si può osservare è invece un sistema produttivo incapace di adattarsi alle trasformazioni tecniche e tecnologiche della produzione e di offrire buoni lavori, neppure ai più giovani e istruiti. Anche per queste ragioni il titolo di studio ha smesso da tempo di proteggere da processi di mobilità sociale discendente e dalle disuguaglianze sociali. Negli anni della crisi, in cui maggiore doveva essere l’investimento sulle persone, si è creata una domanda di lavoro di bassa qualità, precaria e mal retribuita e per niente garantita, in cui è stata segregata la forza lavoro più giovane. A pagare il prezzo più alto sono state le donne, che nonostante il diploma o la laurea hanno accettato lavori a bassa qualificazione pur di garantire un reddito a sé e alle proprie famiglie, che sempre più di frequente dispongono dei modesti introiti derivanti dagli ammortizzatori sociali e da sostegni al reddito erogati come misure anticrisi dal governo regionale. Tutto questo però non è bastato, come dimostra il fatto che la situazione non accenna a migliorare. Le risposte che continuano a venire dal governo regionale sono confuse,contraddittorie e lente. Emblematico il caso del “Piano straordinario per l’occupazione e per il lavoro”che è stato approvato e avviato nel giugno del 2011, dopo due anni dalla sua introduzione con la finanziaria del 2009, a dispetto del carattere di urgenza e di tempestività con cui era stato presentato.
 
Nel frattempo, molte altre risorse sono state destinate ad interventi,rimasti solo proclami, in cui si cui si dichiarava di volere sostenere giovani e donne, lavoratori svantaggiati,beneficiari di ammortizzatori sociali, famiglie e territori a rischio di spopolamento. Poco e nulla è stato detto su come si sarebbero realizzati questi interventi. Al massimo sono state individuate aree tematiche e derogati gli ammortizzatori sociali. Ma tutto questo non può bastare, soprattutto nei tempi di crisi. Anche nella crisi non siamo tutti uguali, alcuni governano e altri sono governati. I primi hanno la responsabilità delle proprie scelte politiche e devono rispondere ai cittadini che, come Ulisse, impareranno a non dare più ascolto ai canti delle Sirene della crisi.
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