Stefano Usai, direttore Crenos
Venerdi 19 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna maggio giugno 2012
L’intervento di Stefano Usai direttore Crenos
 
Il Crenos: «Sardegna sull’orlo del baratro» 
 
Qualche mese fa la copertina dell’Economist  raffigurava l’Italia sull’orlo  di un precipizio che regge una  moneta da un euro. Un’immagine  simile, riferita non più solo all’Italia  ma anche alla Sardegna, è riportata  nelle conclusioni del diciannovesimo  rapporto Crenos sull’economia  della Sardegna: “L’Italia e la Sardegna,  sono state, e sono tuttora,  sull’orlo di un baratro. Quello che  l’Italia e la Sardegna devono capire  è quale direzione prendere di  fronte a questo precipizio, ovvero  se lasciarsi cadere nel vuoto, oppure  prendere la rincorsa e saltare  il fossato, sperando in un atterraggio  non troppo traumatico.” 
 
Di fronte al baratro e nel pieno di  una drammatica crisi globale è  indispensabile capire quale sia lo  spazio di manovra per il governo  regionale per incidere positivamente  sulle dinamiche locali, nella  speranza che il governo nazionale  e ancor più quello europeo riescano  a costruire le migliori condizioni  di contesto.  Il rapporto indica alcune delle possibili  linee di intervento prioritario  per iniziare a invertire una rotta  che ha visto la Sardegna degli ultimi  quindici anni cambiare troppo  lentamente. Siamo una realtà economica  che in questi ultimi anni  è cresciuta e cambiata meno di  altre regioni: i principali indicatori  di performance economica infatti  tratteggiano una Sardegna uguale  a se stessa, che arranca in tempi  di crisi, con performance appena  migliori del resto del Mezzogiorno,  e che non regge il passo dell’Italia  intera quando le cose vanno bene.  Perdiamo terreno e non ci attrezziamo  non solo per iniziare a recuperarlo,  ma per smettere di perderlo.  La Sardegna e l’Italia archiviano infatti gli obiettivi di Lisbona con risultati  sconfortanti e inaugurano la  nuova stagione di sfide posta dagli  obiettivi di Europa 2020 in ritardo.  Le ricette che l’Europa suggerisce  per intraprendere un sentiero di  crescita “intelligente, sostenibile  e solidale” e per avviarsi ad uno  sviluppo diffuso ed equilibrato includono  un investimento deciso nel  nostro patrimonio di competenze  e conoscenze. E proprio in riferimento  ai vecchi e nuovi obiettivi  fissati dall’UE per la dotazione del  cosiddetto capitale umano che il  rapporto Crenos registra per la nostra  regione un preoccupante gap di  competitività. Il tasso di scolarizzazione  superiore in Sardegna è pari  al 66,4%, più basso anche di quello  del Mezzogiorno (72,8%). Seppur  l’indice sia ora superiore di 10 punti  percentuali rispetto al valore di dieci  anni fa, il risultato è ancora lontanissimo  dall’ 85% stabilito in sede  Europea. Ugualmente, la Sardegna  risulta molto lontana dall’Obiettivo  del 10% auspicato in termini di dispersione  scolastica, collocandosi  con il suo 31% tra le regioni più deficitarie  e con risultati poco convincenti  in termini di variazione rispetto  all’anno 2000. Infine la percentuale  di laureati tra la popolazione sarda  cresce troppo lentamente e si attesta  nel 2010 al 15,2% contro il  18% della media Italiana e il 29,5%  della media EU27. Quasi inutile misurare  la distanza dall’obiettivo del  40% fissato per il 2020. Il quadro  critico è rafforzato dalle analisi che  relegano la Sardegna tra le regioni  che sono ai margini delle aree più  dinamiche, perché ad una bassa  disponibilità di capitale umano si  associa una modesta capacità di attivazione  di processi di innovazione  tecnologica.  Investire in capitale umano e conoscenze  significa dare una speranza  ai tanti giovani che stanno  pagando un prezzo altissimo per il  perdurare della crisi. La Sardegna  nel 2011, infatti, detiene il triste  primato di regione con il tasso di  disoccupazione più elevato per la  classe d’età 15-24 anni, con un  livello pari al 42,4% (43,7% per i  maschi e 40,6% per le femmine)  contro un livello medio nazionale  che comunque sfiora il 30%.
 
Non  molto migliori sono poi le statistiche  su quella parte della popolazione  giovanile (quasi il 25%) che  ha deciso di rinunciare ad investire  in un futuro migliore, non essendo  impegnata né in attività di studio,  né di formazione, né di lavoro.  Il fronte del mercato del lavoro peraltro  offre anche un importante  segnale positivo in riferimento alla  buona partecipazione delle donne;  un risultato che consolida quello  già emerso negli anni scorsi e che,  integrato dei nuovi dati, possiamo  valutare nell’arco dell’intero periodo  di crisi 2007-2011. Durante il  quinquennio, la Sardegna è infatti  l’unico territorio in cui la componente  inattiva della forza lavoro  femminile non aumenta, contro  incrementi superiori al 3% a livello  nazionale e vicini al 4% per il Centro-  Nord. Il recupero delle donne  a un ruolo attivo nel mercato del  lavoro è certamente un elemento  confortante non solo per i suoi  riflessi economici ma anche su  quelli di equità sociale.  Un’ulteriore nota di ottimismo può  forse venire aprendo lo sguardo  al contesto globale, per il quale si  preannunciano due tendenze contrapposte:  di recessione per una  parte dell’Europa (e in essa l’Italia)  e di crescita per i paesi emergenti  e per gli USA. Il commento a questa  previsione di Francesco Daveri nel sito di informazione economica  LaVoce.info è che “in un mondo  in cui gli scambi internazionali  sono ormai la più potente leva di  trasmissione dei cicli economici,  il fatto che i due paesi più grandi  del mondo (Usa e Cina) non cadano  in recessione è insieme una  buona notizia e una sfida a cogliere  l’opportunità che la ripresa degli  altri presenta anche a chi ancora  non vede l’uscita dal tunnel”. È  un’opportunità per l’Italia e lo è  ancora di più per la Sardegna che  deve oggi come nel passato guardare  fuori dei suoi confini se vuole  intercettare flussi di domanda che  permettano alle sue aziende di crescere  in termini di fatturato e di  competitività. La strada è difficile  ma è aperta.  
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