Marco Antonio Pani e Paolo Carboni, registi
Lunedi 22 Settembre 2014
Condividi con:
Ti piace
350
Non ti piace
339

L’Altra Sardegna dicembre 2013

Intervento di Marco Antonio Pani e Paolo Carboni, registi

Vite in bianco e nero dei pastori del terzo millennio 
 
Abbiamo seguito il Movimento dei Pastori Sardi per quasi tre anni, osservando e filmando la loro lotta, le loro assemblee, gli spostamenti, i momenti di festa, quelli di rabbia e disperazione, i viaggi. E nel viaggio ci siamo sentiti toccati in prima persona, come cittadini, dai problemi e dalle dinamiche contro le quali li vedevamo impegnati e contro le quali, ben presto, ci siamo sentiti impegnati anche noi. Anche per questo Capo e Croce, lo sappiamo bene, non è sempre un film politicamente corretto, non è sempre imparziale: noi abbiamo scelto con chi stare, abbiamo sposato e condiviso la causa di una categoria, che è la causa di un Popolo e di un’intera regione. Capo e croce è lotta per la sopravvivenza, ma è anche il racconto di storie vere, del pastore del Terzo Millennio, ben lontano dall’immaginario letterario che lo vuole ancora stile “Padre Padrone” o da quello delle cronache italiche, che lo associa al banditismo e ai sequestri.
 
I pastori di Capo e Croce sono imprenditori, padri di famiglia, custodi di terre, animali, usanze, tradizioni, lingua. Sono uomini e donne di Sardegna che si sentono derubati, che pagano la crisi quanto e più di altre categorie, che si muovono tra leggi regionali e direttive europee come pochi funzionari regionali sanno forse fare! Le loro storie, le loro vite, il loro quotidiano si intreccia con la lotta, con le rivendicazioni, con le cariche delle forze dell’ordine: l’inizio e la conclusione della giornata, anche di quelle di manifestazioni e scontri, è in campagna, al lavoro. “Prima c’è stata la pecora, poi è venuto il pane”, dice Tore Concas, uno dei protagonisti del film, spiegando meglio di tante lezioni di sociologia o economia cosa rappresenta il mondo agropastorale per la Sardegna. Il titolo “Capo e Croce”, viene da “Testa o croce”, un gioco d’azzardo. Il gioco d’azzardo che i pastori giocano ogni volta che fanno investimenti per migliorare la propria condizione, che accettano i termini di una nuova politica europea, o decidono di non adeguarvisi. Un gioco di luci ed ombre che li vede protagonisti di un’immagine “folcloristicamente autentica della Sardegna” desiderata e promossa turisticamente e nella vendita dei prodotti alimentari e allo stesso tempo discriminati come ribelli, simbolo di candore bucolico e allo stesso tempo di rozzezza e ignoranza, nonostante abbiano cresciuto, scaldato e mandato a studiare un popolo intero. Luci e ombre, quindi, non colori, quelle che volevamo raccontare. Da qui la preferenza per il bianco e nero: è stata la nostra, una scelta quasi obbligata, non riuscivamo a vederlo a colori questo film. Nemmeno moralmente. Vedere i pastori privati della libertà di circolare per il territorio nazionale in ragione di chissà quale prevenzione in favore dell’ordine pubblico, vederli prendere bastonate, perdere la casa, farsi prendere in giro e poi tornare in campagna a fare la vita dura che fanno, anno dopo anno, ci chiedeva ad urla di toglierlo, quel maledetto colore che viene usato comunemente per divulgare l’immagine patinata della Sardegna così come i colori di un partito, di un sindacato, di una categoria sociale. Il bianco e nero rende uguali poliziotti e pastori, immersi nello stesso gioco di luce ed ombra.
 
E anche la musica doveva essere stridente. La musica d’opera, (mirabilmente “ripensata” ed eseguita da Mauro Palmas e Simonetta Soro) espressione oggi tanto di cultura colta e borghese quanto di spot d’automobili (e non solo di lusso) era per noi essa stessa un altro di questi miscugli di moderno e antico per così dire “pasticciati”. L’Opera può pubblicizzare una macchina o un profumo, ma può anche accompagnare delle immagini volutamente private dei loro colori, volutamente non belle come quelle che chiunque si aspetterebbe dai paesaggi della Sardegna, non colorate come ci si aspetterebbe da una manifestazione di migliaia di magliette azzurre e gialle, ma nere, bianche e grigie, come il gioco “contrastato” che si trovano a giocare i pastori. Mai riconosciuti nei loro diritti, se non altro dall’opinione pubblica, in quanto “liberi professionisti”, ma schiavi moderni, al pari di minatori ed operai di un mondo che vuole spremere tutti e che quando non può spremere da una parte, prende il volo e va a spremere altri, lasciando i territori senza lavoro e senza sviluppo. 
Materiale