Giovanni Sulis, ricercatore Crenos, UniversitÓ di Cagliari
Lunedi 22 Settembre 2014
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L’Altra Sardegna luglio 2014

L’intervento di Giovanni Sulis, ricercatore Crenos, Università di Cagliari      

«Un esercito di sfiduciati non cerca più lavoro»

 
Gli ultimi dati resi disponibili dall’Istat  sulla condizione del mercato del  lavoro sardo per il 2013 mostrano  ancora una volta una situazione  preoccupante, che da una parte  conferma le difficoltà strutturali del  mercato del lavoro sardo, e dall’altra  ridimensiona alcuni segnali positivi  che avevano caratterizzato le dinamiche  del mondo del lavoro isolano  negli anni recenti.  Il tasso di disoccupazione in Sardegna  nel 2013 è pari al 17,5%, e  segna un incremento rispetto al  dato 2012 di 2 punti percentuali.  D’altronde, il corrispondente dato  nazionale non suggerisce certo ottimismo:  il tasso di disoccupazione in  Italia è passato dal 10,7% del 2012  al 12,2% del 2013, con un numero  totale di disoccupati che è pari a 3  milioni sul territorio nazionale. Di  questi, 117 mila sono sardi. Erano  67 mila nel 2007, prima che la crisi  economica iniziasse il suo corso;  questo significa che durante il periodo  2007-2013 l’incremento dei  disoccupati è stato pari al 74% circa. 
 
Un flusso enorme di lavoratori e  lavoratrici che sono alla ricerca del  loro primo impiego o che hanno  perduto una precedente occupazione,  ma che decidono di rimanere nel  mercato come forza lavoro e di cercare  attivamente una occupazione.  Un segnale che spesso viene paradossalmente  interpretato come “positivo”,  ovvero la volontà di stare nel  mercato del lavoro perché si nutre  una speranza, più o meno concreta,  di trovare una nuova occupazione.  Infatti, negli anni recenti, per valutare  meglio i comportamenti individuali  e per fornire un quadro più  esaustivo delle dinamiche in essere,  gli uffici statistici nazionali ed internazionali  hanno iniziato a rendere  disponibili nuove informazioni sulle  forze di lavoro complementari a  quelle sulla disoccupazione, ovvero  i dati sulle forze di lavoro potenziali.  In particolare, nel calcolo degli  indicatori complementari si tiene conto di due categorie di individui,  che tradizionalmente rientrano tra i  non attivi. La prima cattura il fenomeno  dello “scoraggiamento”, ed  è costituita dagli individui che non  svolgono attività di ricerca di un’occupazione  ma sarebbero disponibili  a lavorare, questi rappresentano  oltre il 90% delle forze di lavoro potenziali.  La seconda è rappresentata  da coloro che effettuano attività di  ricerca ma non sono subito disponibili,  costituisce meno del 10% delle  forze di lavoro potenziali.  Il quadro che emerge da queste  nuove rilevazioni per la Sardegna è  veramente preoccupante e soprattutto  mostra un trend di crescita  del fenomeno. Nel 2004, il numero  di lavoratori potenziali era pari a  circa 88 mila unità, dopo tre anni,  nel 2007 era lievitato a 111 mila, ed  infine nel 2013 si è assestato sulle  130 mila unità. Un incremento vertiginoso  che in termini di incidenza  percentuale passa dal 16,3 del 2007  al 19,5% del 2013. Il fatto che i  corrispondenti numeri per il Mezzogiorno  nel suo complesso, storicamente  caratterizzato da fenomeni  di scoraggiamento dilagante, siano  rispettivamente 24,5 e 27,2% non  può essere ritenuto un fattore troppo  confortante. 
 
Un altro aspetto su cui la Sardegna si  è infatti differenziata rispetto al resto  del Mezzogiorno è quello legato agli  aspetti di genere e la dinamica della  partecipazione femminile al mercato  del lavoro. I dati sulle forze di lavoro  potenziali confermano ancora una  volta che, sebbene la condizione  lavorativa delle donne sia ancora  relativamente sfavorevole rispetto a  quella degli uomini, la dinamica è relativamente  migliore per la componente  femminile, con 80 mila unità  nelle forze di lavoro potenziali contro  50 mila per gli uomini al 2013. Nel  periodo 2007-2013, infatti le donne  hanno visto un incremento delle  forze di lavoro potenziali pari “solo”  al 10%, contro il 25% degli uomini.  Segnali simili d’altronde emergono  dall’analisi delle dinamiche della disoccupazione.  Tra il 2007 e il 2013,  il tasso di disoccupazione maschile  aumenta in maniera preponderante,  mentre quello femminile rimane  pressoché costante.  Le dinamiche di genere d’altronde  ricalcano quelle per titolo di studio,  che mostrano difficoltà crescenti  per i lavoratori con basso livello  di istruzione. Nel 2013 il tasso di  disoccupazione regionale di chi al  massimo possiede un diploma di licenza  media è pari al 21,5%, mentre  per chi ha conseguito una laurea, un  master o un dottorato è decisamente  inferiore, ed è pari al 9,7%. La crisi  ha infatti colpito maggiormente i lavoratori  meno istruiti, generalmente  maschi, per i quali la disoccupazione  cresce dal 2007 di 11,5 punti  percentuali, mentre per i più istruiti  l’aumento è stato più contenuto, di  2,9 punti.  Infine, è opportuno analizzare che  cosa è successo alla dinamica  dell’occupazione nei diversi settori.  Tutti i settori hanno visto una riduzione  netta dei posti di lavoro, con dinamiche  di segno opposto per il periodo  2007-2013 e per l’ultimo biennio  2012-13. Nell’aggregato, il settore  dei servizi, in cui sono relativamente  più presenti le donne, sembra essere  quello che è riuscito a limitare  i danni, con una minima flessione  del numero di occupati nel periodo  2007-2013. D’altra parte la riduzione  dell’occupazione nell’industria è  stata pari a circa 34 mila unità nello  stesso arco di riferimento, con una  nota particolarmente negativa per  il settore delle costruzioni, un settore  tradizionalmente caratterizzato  da forza lavoro maschile con basse  qualifiche. Tuttavia, come evidenziato  sopra, l’analisi per l’ultimo biennio  2012-13 mostra un pattern invertito  con una drastica riduzione del numero  di occupati nei servizi, che passano  da 460 mila a 416 mila unità, e  con una ripresa dell’occupazione nel  comparto manifatturiero cresciuta  di circa 7 mila unità. Un dato decisamente  sorprendente, che merita  senz’altro ulteriori approfondimenti.  Il quadro che emerge dall’analisi  dei dati è decisamente preoccupante,  e anche le informazioni più  recenti, che dovrebbero segnare  l’uscita dalla gravissima recessione  degli ultimi anni, non sembrano  proprio incoraggianti.
 
Tuttavia, anche  in quadro così complicato, alcuni  timidi segnali positivi possono  essere rilevati, e da questi probabilmente  si deve partire per rilanciare  il mercato del lavoro sardo.  Nonostante le palesi incertezze e le  difficoltà strutturali, le dinamiche  del lavoro per le donne sono relativamente  incoraggianti. In questo  senso, politiche di incentivazione  del lavoro femminile potrebbero  trovare spazio nell’agenda politica  regionale. D’altra parte, abbiamo  osservato una persistente carenza  di possibilità occupazionali per i  lavoratori meno istruiti. Contrastare  la dispersione scolastica ed  innalzare i livello di istruzione della  popolazione sono quindi obiettivi  primari nell’ambito dell’azione  di governo. Infine, le dinamiche  settoriali dell’occupazione suggeriscono  la necessità di una analisi  approfondita delle cause del declino  industriale e delle prospettive  future del lavoro in Sardegna.   
 
Questo articolo è basato su dati resi  disponibili nel 21° Rapporto Crenos  2014. L’autore desidera ringraziare Fabio Cerina e Margherita Meloni  per aver reso disponibile il materiale  contenuto nel Rapporto.  
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