A Roma e Bruxelles i sit–in contro la crisi
Martedi 28 Ottobre 2008
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Due sit–in, uno a Roma e l’altro a Bruxelles, da organizzare entro novembre: si parla di queste iniziative al direttivo Cgil riunito oggi ad Abbasanta.
Due sedi importanti per le decisioni che riguardano il futuro della Sardegna: «A Roma per contrastare le scelte del Governo che in Sardegna hanno riflessi ancora più devastanti – ha detto il segretario generale Giampaolo Diana – a Bruxelles perché l’Unione Europea continua irragionevolmente a bloccare i progetti di sviluppo della Sardegna considerando come aiuti di Stato interventi volti semplicemente a garantire pari condizioni per le imprese energivore che operano nel territorio».
Al Governo nazionale il sindacato chiede inoltre di rispettare impegni già presi con accordi firmati per la chimica e l’agroindustria ma anche di riaprire il tavolo di confronto per l’intesa istutuzionale Stato Regione. 
 
«E’ evidente che se le nostre richieste non verranno accolte, entro il 15 dicembre, saremo costretti a uno sciopero generale. Contro la politica scellerata del governo nazionale prima di tutto, ma sarà anche un’occasione per richiamare la Regione alle sue responsabilità, perché se è vero che con la Finanziaria sono state destinate ingenti risorse a mercato del lavoro e scuola – soprattutto con interventi contro la dispersione scolastica – è vero anche che non ci sono risultati conseguenti. Così come è indispensabile che la Giunta dia concretezza alle Riforme»
 
Una dura critica va anche al sistema delle imprese che non fa abbastanza per contribuire allo sviluppo «perché gli imprenditori sono troppo spesso vincolati alle logiche dei finanziamenti pubblici e delle leggi di incentivazione».
 
Tempi stretti dunque per dare risposte concrete, il sindacato non aspetterà il 2009 senza farsi sentire: la Cgil ha avviato da qualche settimana una riflessione sulle ragioni della crisi che coinvolge il Paese intero e la Sardegna in maniera più drammatica. Crescita zero, disoccupazione dilagante, inflazione ai massimi storici, riduzione costante del potere d’aquisto di salari e pensioni. A questi fattori si è aggiunta la crisi finanziaria internazionale che condiziona i mercati – nonostante la politica di sostegno agli istituti di credito – e influenza negativamente l’economia reale. Una reazione a catena che riguarda tutti, anche le imprese sarde. «Ad esempio – dice Diana – quando leggiamo i dati sulla contrazione del mercato delle automobili, con le vendite in calo del venti per cento, non possiamo non pensare ai rischi che corrono le imprese sarde del Sulcis e del cagliaritano. Con le loro produzioni di zinco, alluminio e profilati, riforniscono in larga misura proprio il mercato automobilistico». Solo un piccolo esempio ma fondamantale per capire come l’economia reale sia minacciata dall’ondata di crisi che sta mettendo in ginocchio il sistemi produttivo».
 
Ora, di fronte alla recessione che sta attraversando il nostro Paese, il governo attua una politica assolutamente contraria alla ripresa economica: con la manovra finanziaria, i provvedimenti su scuola Università, ricerca e pubblico impiego, si imbocca una strada pericolosa, per l’immediato e per il futuro. «Ciò che questo Governo dovrebbe fare in un momento di crisi come questa non è certamente tagliare indiscriminatmente gli investimenti sull’istruzione, sulla sanità e sulle infrastrutture. Occorre invece intervenire su salari e pensioni, diminuendo il peso fiscale sui redditi delle famiglie, asse portante del mercato produttivo in virtù del semplice meccanismo che vede aumentare l’offerta di produzioni sulla base della domanda. E’ chiaro che se la domanda non cresce, anzi, diminuisce, il sistema produttivo va in panne. Se vogliamo risolvere definitivamente i problemi che impediscono la ripresa della Sardegna, dobbiamo puntare a un’azione congiuta tra Unione Europea, Governo e Regione, ognuno con le proprie responsabilità».