Sanitą, "Serve programmazione pił che una legge"
Martedi 29 Luglio 2014
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Servizi sanitari efficienti e di qualità, diffusi e accessibili, con livelli essenziali di assistenza uniformi, meno “ospedalocentrici” e organizzati secondo logiche di integrazione socio-sanitaria-assistenziale e criteri di complementarità e specializzazione crescente tra i diversi presidi. E’ quanto  proposto dalla Cgil stamattina nel corso dell’audizione alla Commissione regionale Sanità.
 
“Siamo sorpresi - ha detto il segretario generale Michele Carrus – dall’improvvisa presentazione di un progetto di legge che riforma l’intero sistema senza alcun confronto, senza un vero dibattito pubblico: leggiamo titoli nel progetto di legge persino condivisibili ma indicati genericamente, che comunque avranno bisogno di ulteriori atti normativi e applicativi, mentre mancano aree tematiche fondamentali, come la farmaceutica (la cui spesa deve essere riportata sotto controllo) o la sanità privata accreditata, che dovrebbe avere regole più severe e stringenti e che comunque deve essere affrontata in una logica di integrazione e complementarità con il sistema pubblico”.
 
Secondo la Cgil, prima di tutto occorre conoscere la situazione attuale e i bisogni di salute che i territori esprimono in modo differenziato, quindi fare l’analisi dell’esistente e delle criticità dei servizi socio-sanitari, per rimuovere le cause del malfunzionamento, cambiare ciò che non va bene o che non è più attuale visto che il Piano sanitario risale al 2007.
“La vera necessità infatti è l’aggiornamento del Piano, la programmazione, che richiede un processo partecipato dalle istituzioni locali, dalle parti sociali, dal volontariato, dalle associazioni degli utenti: “Un processo – ha detto Carrus -  che non può nascere e morire nel giro di pochi giorni dentro il palazzo: non vorremmo che le improvvise accelerazioni nascondessero altre finalità che andrebbero rese esplicite”.
 
Nello specifico, il sindacato condivide il principio della riunificazione della committenza e del coordinamento di sistema degli interventi di emergenza e urgenza, ma perché sovrapporre una super struttura all’esistente, una agenzia o addirittura una nuova Asl con relativo corredo di direzioni e apparati?
Per quanto riguarda gli istituti di partecipazione popolare alle scelte sulla salute pubblica, è vero che sono nominati i distretti, le conferenze territoriali di programmazione e le consulte dei cittadini, ma a ben guardare si rischia di ridurre gli spazi partecipativi e rafforzare l’autorità dirigistica dell’amministrazione sanitaria a discapito delle istituzioni democratiche nel territorio.
 
Quanto alle case della salute e agli ospedali di comunità, sarebbero già realizzabili e c’è da chiedersi perché finora non abbiano funzionato. E inoltre la norma sembra celare una delega in bianco sulla ridefinizione della rete ospedaliera e degli ambiti territoriali, temi che hanno invece  bisogno di essere discussi in modo partecipato e consapevole.
 
Complessivamente, se lo spirito della legge è apprezzabile nell’intento di migliorare i servizi sanitari e la loro integrazione con quelli sociali, va però riportato il tutto nell’alveo delle attività di preparazione, confronto e programmazione, che richiedono l’assunzione di responsabilità e dell’iniziativa, anzitutto, da parte della Giunta.