Cgil, Cisl, Uil: il Consiglio cancella Crel e dialogo sociale
Giovedi 11 Dicembre 2014
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Quel che stupisce dell’abolizione del Crel approvata dal Consiglio regionale, non è certamente il fatto in sé - il sindacato aveva avviato un confronto con la Giunta proprio per ragionare su quali forme alternative trovare per migliorare gli strumenti del dialogo tra istituzioni e parti sociali - ma gli argomenti e le modalità, la tronfia approssimazione con cui si è voluta annullare la partecipazione alle scelte dei diversi soggetti sociali. Ci preoccupa molto la pretesa di autosufficienza delle forze politiche, l’idea che si possa rinchiudere dentro il Palazzo, in modo autoreferenziale, ogni orientamento e decisione. Perché nonostante il confronto aperto per definire una nuova configurazione del dialogo tra istituzioni e forze sociali, apprendiamo purtroppo dalla relazione che accompagna la legge approvata, e dalla discussione consiliare (persino dalle parole dell’assessore Demuro, che non esita a definire il provvedimento come un “atto di coraggio”), che “i Consiglieri hanno altri strumenti per approfondire tematiche sociali ed economiche”: il riferimento è alle Commissioni, quella sede quindi nella quale gli stessi Consiglieri non hanno ritenuto di dover sentire in audizione i soggetti sociali direttamente coinvolti dalla soppressione del Crel. Che poi non è un dramma, ma se è vero che la democrazia non si esaurisce il giorno delle elezioni, ieri il Consiglio ne ha abolito uno piccolo tassello.

 
In ogni caso avevamo evidenziato, nel confronto in corso, che, nonostante le continue sollecitazioni, né la Giunta, né il Consiglio, né le Commissioni, né i gruppi consiliari avessero mai voluto, negli anni, avvalersi dell’organismo e delle sue prerogative così come definite nella legge istitutiva. Malgrado ciò, il Crel ha svolto di propria iniziativa la sua attività di studio, ricerca, approfondimento e proposta, sostanziata anche dal coinvolgimento di rappresentanti del mondo scientifico e accademico, di esperti e stakeholders nelle diverse tematiche affrontate. Un’attività interessante, disponibile solo in parte nel sito istituzionale della Regione ma ampiamente documentata dalla trasmissione puntuale agli uffici di presidenza della Giunta, agli assessori, ai gruppi consiliari, a tutti gli enti locali della Sardegna.         
 
Dispiace rilevare che nella relazione di accompagnamento alla legge si parli di “attività sostanzialmente ferma al 2009” o “comunque molto bassa”, utilizzando come fonte il sito della Regione (del quale non è responsabile il Crel), nonostante il report dell’attività sia stato puntualmente consegnato a tutti i soggetti politici. Per fare un solo esempio, il Crel ha svolto dal 2010 37 sedute con 79 interventi di esterni. Le proposte e i pareri del Crel sono pubblicati nel sito e non ci appaiono per nulla esigui visto che affrontano, con dati, analisi e proposte, tematiche importantissime per lo sviluppo della Sardegna: per citarne alcuni, welfare regionale, settore industriale e programmazione europea, povertà e inclusione sociale, turismo, agroalimentare, competitività del sistema produttivo, Statuto. Ci sarebbe piuttosto da chiedersi chi abbia letto quei documenti, se nell’aula del Consiglio regionale si è potuto procedere a una liquidazione così sommaria e approssimativa. E c’è pure da chiedersi quali soggetti abbiano contribuito in modo determinante a far sì che le finalità della legge (“mai pienamente raggiunte”, recita sempre la relazione) non fossero perseguite.
 
Reiteriamo all’assessore Demuro, alla Giunta e all’intero Consiglio regionale la disponibilità a ragionare su altri strumenti che garantiscano la partecipazione democratica e il confronto sociale. Nel frattempo, non possiamo esimerci dal ricordare che i 27 componenti del Crel, che rappresentano centinaia di migliaia di cittadini e decine di migliaia di imprese di tutti i settori, sono complessivamente costati in un anno meno della metà di un singolo consigliere regionale che rappresenta legittimamente e democraticamente il popolo sardo, anche quando viene nominato con una legge elettorale che offre uno scranno a chi prende mille voti e lo nega a chi ne ha preso decine di migliaia. Se poi si crede di poter riguadagnare consensi elettorali in fuga disconoscendo il ruolo del parternariato sociale che l’Europa mette in primo piano, si sbaglia, perché questo contribuisce ad allontanare ancora di più la politica dai cittadini.